A qualche giorno dalla scomparsa, continuiamo a ricordare Cecilia Mangini con alcuni estratti della lunga intervista rilasciata, nello scorso mese di ottobre, a Silvia Nugara, Micaela Veronesi e Maria Giulia Petrini per la rivista “Mondo Niovo 18/24 ft-s”:

“Essere comunista per noi significava essere leninisti e anticolonialisti. Da bambini ci facevano cantare “Faccetta Nera bell’abissina”, una canzone razzista di cui, con la caduta del fascismo, ci siamo vergognati. Ma noi, io e Lino come molti altri, eravamo comunisti eretici, ferocemente anti stalinisti, distanti dalle terribili liturgie, le stragi, le uccisioni di massa dell’Unione Sovietica, dove i comunisti eretici finivano tra gli altri nei gulag. E non era una posizione facile neppure in Italia.

Oggi essere comunisti significa appartenere a una minoranza di cui però siamo fieri. E anche adesso non è una posizione facile: Lenin è stato oscurato, il pensiero di Marx fatto dimenticare, le periferie, le classi lavoratrici votano a destra e per i populisti. Non è un bello spettacolo.”

“Alla fine degli anni Cinquanta tutti credevamo nello sviluppo industriale, eravamo certi dell’importanza di una grande fabbrica che garantisse il lavoro a tante persone. Ma già dopo qualche anno, quando ho girato Essere donne e poi Tommaso e Brindisi ’65, ho capito che le cose non andavano bene per l’ambiente e per la salute delle persone. Quando sono tornata a girare in Puglia dopo cinquanta anni ho constatato che la corruzione sociale e l’inquinamento senza limiti hanno distrutto una città bellissima come Taranto, nonostante le enormi risorse impiegate per sviluppare quel modello economico. Un campo enorme di possibilità è stato oggetto di sfruttamento e speculazione. Per questo la povertà e l’indifferenza non si possono tollerare.”

“Quando io ero in giro per Firenze da ragazza mi dava fastidio che ci dovessero essere delle regole per cui le “ragazze per bene” si dovessero comportare in un certo modo: per esempio, le donne non dovevano fumare per strada e io arrivavo in centro e fumavo. Lo facevo apposta perché ovviamente era come una sfida alle regole di comportamento corretto. Nel 1945-46 io sono stata una delle prime ragazze a portare i pantaloni jeans per la città di Firenze: anche quella era una sfida. Poi sono andata in giro con la macchina fotografica, quella è stata la cosa più importante per me perché le donne potevano fare fotografie nei loro studi fotografici ma non fotografare per strada come ho fatto io dopo il reportage realizzato a Lipari. Ma non andava bene, le signorine non lavorano per strada, le signorine “per bene” intendo.

Forse dire che ero una donna ribelle è esagerato, ma io non volevo obbedire a quelli che erano diktat del comportamento soprattutto femminile perché io sentivo che c’era una differenza. Per molto tempo sono stata angosciata dall’idea di non essere un maschio, a 8-9 anni sentivo che i maschi avevano qualcosa in più che a noi era negato e questo non mi stava bene. Ora le differenze tra i sessi continuano, esistono, ma si sono molto assottigliate, sono diventate non dico sfumature, ma non sono cogenti come a quel tempo. All’epoca venivi costretta a essere come non volevi e ciò mi dava estremamente fastidio. Forse è stato per questo che ho pensato che potevo diventare una documentarista: era anche una sfida contro il fatto che le donne allora nel cinema facevano le segretarie di edizione, le aiuto montatrici, facevano le aiuto parrucchiere, le aiuto sarte… forse potevano essere sceneggiatrici ma difficilmente si ammetteva che una donna facesse un mestiere maschile, come quello di regista. Forse per questo non volevo abituarmi ai legami e mi ribellavo alle imposizioni, perché erano imposizioni. Credo che sia molto difficile capire oggi qual era l’ambito molto ristretto a cui le donne erano destinate. La condizione delle donne oggi non so se è migliorata… in generale noto un grande arretramento, spero in un cambio di rotta.”

“La tentazione di riprendere in mano la macchina da presa è sempre forte anche se poi io ho maneggiato solo la macchina fotografica, i documentari li giravo sempre con operatori, erano tutti molto bravi e pratici di cinema. Queste nuove macchine digitali sono delle meraviglie ma non le riesco a maneggiare bene, a volte mi sembrano fin troppo piccole e leggere. Però mi sembra che ora sia diventato più facile raccontare e davvero si possono raccontare tante storie. Vorrei fare un documentario su Raffaello… Raffaello Sanzio, il grandissimo pittore. Il “divino pittore” era felicissimo di avere tante avventure sentimentali e fare terribili peccati e mi piace proprio questa apertura così lontana dalla religione cattolica. Mi piacerebbe parlare di lui proprio come di una persona che era al di fuori degli schemi del tempo. Era bellissimo il suo modo di amare e dipingere le donne. Delle realtà di oggi mi piacerebbe fare un documentario sui giocolieri, lavoratori precari dello spettacolo che si esibiscono velocemente per automobilisti distratti nel tempo di durata di un semaforo rosso.”

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