Caterina Taricano, Direttrice della rivista dell’AMNC “Mondo Niovo 18/24 ft-s”, ricorda Giorgio Arlorio, eclettico uomo di cinema che ci ha lasciato ieri all’età di 90 anni.

“L’edizione 2018 del Premio Maria Adriana Prolo è stata particolarmente emozionante per me. A ricevere il premio, insieme a Pietro Perotti, è stato infatti Giorgio Arlorio, con il quale ho avuto il privilegio di scrivere un libro. Un libro che parla di cinema, ma in cui il cinema stesso è un pretesto perparlare d’altro, o meglio, per raccontare quanto sia indispensabile al cinema l’esperienza della vita. E Giorgio la vita l’amava follemente, era un curioso, uno che non aveva paura di provare, che andava orgoglioso del fatto che non si smette mai di imparare. Lui amava definirsi infatti un “ragazzo di bottega” (formatosi in quella straordinaria bottega rinascimentale che era il cinema italiano degli anni Cinquanta, che lo aveva accolto da ragazzo, quando da Torino era partito alla volta di Roma senza sapere esattamente cosa avrebbe fatto in quel mondo così lontano dalla sua realtà ma così tanto affascinante) non gli piaceva stare dietro la cattedra, anche se ci è stato per più di vent’anni quando ha insegnato al Centro Sperimentale.

Gli piaceva sporcarsi le mani insieme ai suoi studenti, pensare con loro e non al posto loro. E tutti i suoi allievi di questo gli sono stati grati, da quelli che hanno scelto il cinema come mestiere, a quelli che poi hanno scelto altro, ripagandolo però con lo stesso affetto. Perché a Giorgio non si poteva non voler bene. Perché di Giorgio si diventava subito allievi e nello stesso tempo amici. Giorgio era un vero AFFETTIVO, una persona che amava le persone… “il più bel lavoro che ho fatto nel cinema non è stato quello di sceneggiatore, ma quello di aiuto regista – mi diceva sempre – perché mi ha permesso di fare quello che mi piace di più in assoluto, ascoltare la gente”. Ma dopo qualche minuto con lui capivi subito che era anche un gran chiacchierone, che gli piaceva parlare, che non avrebbe mai smesso.

Ti raccontava nei dettagli anche i libri che leggeva (e credo proprio che non vorrò mai leggerli quei libri, per ricordarmeli così, con le sue parole). Questa curiosità, questo amore per la vita, per le persone, che si traduceva in un’energia inesauribile, è stata quella che gli ha permesso di attraversare anche il cinema senza paura di mettersi in gioco, senza l’ansia di primeggiare, perché “l’invidia – diceva – fa sparire la creatività”. Lui invece la creatività l’ha sempre messa al servizio di ciò che faceva, amando profondamente quella dimensione collettiva che è parte fondamentale dell’arte cinematografica, che poi è stato anche il suo modo per fare politica col suo lavoro. Giorgio ha sempre rifuggito l’immagine dell’artista solitario in preda al furore creativo, all’”io” lui ha sempre preferito il “noi”. E proprio per questo Giorgio mi mancherai moltissimo”.

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