Sono giorni molto tristi per il cinema torinese. Qualche giorno fa se n’è andato il direttore della fotografia Claudio Meloni che viene qui ricordato dalla regista Marilena Moretti.

“A Torino se ti occupavi di cinema non potevi non conoscere Claudio Meloni. Lui a Torino era il cinema. Credo non ci sia video maker, film maker, direttore della fotografia, operatore, aiuto operatore, assistente alla macchina da presa, organizzatore, direttore di produzione, regista, elettricista, macchinista, ecc. ecc. che non abbia avuto a che fare con lui.

Era il 1990 quando ho girato il mio primo (e ultimo) cortometraggio di finzione, in pellicola 16 mm. La produzione era di Ipotesi Cinema – la scuola di cinema di Ermanno Olmi – per Rai Uno. Una storia di ragazzi di barriera, in un frammento della loro vita, un giorno e una notte. Il titolo Ritratto di Leo, durata 11 minuti. Ho dovuto mettere in piedi una troupe cinematografica vera e propria. Per la fotografia non ho avuto dubbi: volevo il maestro. Mi avevano detto: “Fai attenzione, ha un brutto carattere. Per una donna può risultare un po’ pesante, ha un umorismo greve”. Vero niente. Fin da subito ho trovato in lui un professionista disponibile, premuroso, generoso. Certo, le sue battute erano taglienti. Ma si capiva benissimo che era un burbero benefico. Nelle pause dava il meglio di sé, come intrattenitore: era una miniera di aneddoti, di battute, la sua ironia non risparmiava nessuno. Era divertimento puro.

Abbiamo legato subito. Lui ha capito che non solo mi fidavo di lui, ma mi affidavo. Ero una principiante, consapevole dei miei limiti. Avevo già dieci anni di televisione alle spalle, ma un conto è la tv, un altro è il cinema. E si è dimostrato un amico straordinario. Non mi ha mai fatto pesare la mia inadeguatezza. Perché a lui non interessava primeggiare, tirarsela, a lui stava a cuore il film, lavorare al meglio per la riuscita del progetto. L’atteggiamento di disponibilità che Sidney Lumet chiamava “fare lo stesso film”, andare nella stessa direzione.

Ad esempio, la produzione prevedeva una sola settimana di riprese, e lui – per essere sicuro di portare a casa il risultato – fin dall’inizio si è seduto al tavolo con me a leggere la sceneggiatura e preparare il piano di lavorazione, anche se non era suo compito. Così come la sera, finito di girare, anziché andarsene a casa, si fermava a discutere con me le riprese del giorno dopo e decidere le inquadrature, dove mettere la macchina da presa, i movimenti di macchina, ecc.

Avere un sostegno del genere, una totale collaborazione da parte del direttore della fotografia, è il sogno di ogni regista, soprattutto per un regista alle prime armi. Dà il senso di sicurezza necessario per affrontare bene il lavoro, senza tensioni. Chiunque abbia girato con lui sa di che cosa parlo.

Amava lavorare con i suoi professionisti di fiducia, in quell’occasione con il fido Giovanni Gebbia come operatore, altro grande professionista del cinema che ha iniziato da Torino per affermarsi a livello nazionale e non solo, uno dei primi ad utilizzare la steadycam in Italia.

Io confesso che avevo un certo timore a salire sul trespolo per guardare l’inquadratura nel mirino dell’Arriflex, non riuscivo a prendermi sul serio, non ero né Antonioni né Bertolucci. Eppure mai una volta Claudio ha fatto battute pesanti sulla mia inadeguatezza. Al massimo dell’ironia. Sapeva essere indulgente. Non sempre e non con tutti, se si arrabbiava era meglio non contraddirlo. Il punto non era che voleva avere sempre ragione, il punto era che aveva (quasi) sempre ragione.

Una sola volta ci trovammo a discutere su una ripresa, come girare la scena finale. Io volevo posizionare la mdp in un posto, lui in un altro, o forse io volevo un carrello in un certo modo, lui in un altro, non mi ricordo. Ricordo però bene che sul set, al momento di girare, lui mi era venuto vicino e sottovoce mi aveva detto: “Sai Marilé che c’avevi ragione. Mi tocca darti ragione. Ma non te ne approfittare”.

A quel testone ho voluto bene davvero. E sono felice di averglielo detto l’ultima volta che ci siamo visti, a casa sua, con i suoi amati gatti. Purtroppo un bel po’ di tempo fa”.

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