L’attrice Barbara Steele, icona dell’horror italiano e del Torino Film Festival 2019, è stata intervistata da Caterina Taricano nel numero 94 di MONDO NIOVO uscito nel 2013. Ve la riproponiamo nella versione integrale.

L’ultimo film l’ha girato proprio in Italia. Un piccolo horror diretto dallo specialista Gionata Zarantonello, The Butterfly Room – La stanza delle farfalle. Come le capita da molto tempo, Barbara Steele interpreta di fatto se stessa, una vera e propria icona del cinema horror. Non vive questa situazione come una diminutio, ma come sempre con allegria e grande senso dello humour. Questo atteggiamento nei confronti del cinema e della vita le è stato sempre riconosciuto da tutti i registi con i quali ha lavorato.

Barbara Steele, come si diventa icone horror?

Nel mio caso senza rendersene assolutamente conto. Ero stata chiamata in Gran Bretagna per qualche piccolo ruolo, poi fui notata da un casting italiano che cercava volti per un piccolo film da girare in Italia. Era un film dell’orrore, e a quel tempo – stiamo parlando dei primissimi anni Sessanta – l’horror batteva prevalentemente bandiera inglese. Erano gli anni della Hammer, di Christopher Lee e di Peter Cushing, due stupendi attori di teatro che avevano di fatto reinventato il modo di raccontare le storie di paura. Io alla Hammer avevo fatto un provino ma non mi avevano preso, invece in Italia mi scelsero subito. Mi dissero che il regista, Mario Bava, era al suo primo film. Tecnicamente era così ma era in realtà un uomo di cinema molto esperto, aveva lavorato con molti registi e aveva fatto la loro fortuna perché sapeva perfettamente come si doveva girare. E infatti La maschera del demonio è stato un successo incredibile, in tutto il mondo, ed è ancora molto popolare adesso.

Perché secondo lei quel film del 1960 ha avuto così tanto successo?

Perché era diverso dagli altri, così come io ero diversa dalle altre attrici che facevano quei film. Mi dicevano tutti che ero una bella ragazza, e effettivamente credo che il mio corpo non fosse niente male. Ma poi aggiungevano: “è bello anche il volto, anche se è strano”. E infatti il mio volto era strano, nel senso che è asimmetrico, non ha i lineamenti scolpiti, può piacere ma è anche un po’ inquietante. Di solito le bellezze dell’horror erano puramente decorative, erano le vittime del vampiro, dovevano essere affascinanti e poi fare una brutta fine, magari mentre si stavano spogliando. Negli horror italiani era un po’ diverso, perché di solito il vero centro di malvagità erano proprio le donne, che diventavano così le protagoniste assolute. Il male è femmina, in Italia. Credo sia un po’ il frutto della vostra cultura cattolica: il peccato originale, cose del genere. Sta di fatto che i ruoli che ricoprivo erano quasi sempre da protagonista, e il più delle volte cattivissima. Devo dire che questo non mi dava nessun fastidio, anzi mi faceva piacere.

Era una forma di anticonformismo, la sua? Anche perché proprio in quegli anni lei fece una battuta molto cattiva su Doris Day…

Si, fu una battuta in un’intervista a una rivista francese, Doris mi tolse il saluto e non me la perdonò mai. Io avevo solo detto che mi piacevano i ruoli perversi che mi venivano offerti mentre detestavo i ruoli da vergine professionista che erano offerti a Doris Day, che all’epoca aveva girato anche un paio di thriller nel ruolo della innocentina vittima delle circostanze. Non era una critica a lei ma a quel tipo di presenza femminile. Avrei potuto fare mille altri esempi, ad esempio le bionde algide che Hitchock ha sempre messo nei suoi film. Hitch era evidentemente attratto morbosamente dalle bionde algide. Io non avrei mai potuto accettare un ruolo così, anche se ogni tanto nei film ero bionda. Non era un attacco a Doris, ma lei la prese molto male. Beh, diciamo che non ho perso il sonno per quanto è successo.

Che ricordo ha dei registi italiani con i quali ha lavorato?

Bava era tecnicamente quello più bravo, faceva dei veri e propri miracoli con due soldi di trucco perché conosceva molto bene la tecnica. Freda era forse il più perverso, nel senso che con lui mi sono dovuta inventare anche necrofila (L’orribile segreto del dottor Hichcock). Era molto bravo anche un vecchio regista, Camillo Mastrocinque, che era noto soprattutto per i film comici ma che nell’horror si dimostrò straordinario. Durante gli anni del successo italiano lavorai anche con Roger Corman. I soldi erano sempre pochi ma il set con lui era qualcosa di molto diverso. Era freddissimo, una vera e propria macchina razionale. Gli italiani erano più caciaroni e casinisti, ma i risultati furono buoni in entrambi i casi.

In quegli anni lei passò da Bava a Fellini quasi senza battere ciglio…

Si, Federico mi diede una parte in 8½, ma quel ruolo era frutto di una conoscenza personale molto approfondita. Niente di pruriginoso, però. Io frequentavo molto Federico perché lui amava l’occultismo e a me piacevano molto le sedute spiritiche, mi interessavo di magia bianca, ero considerata nella Roma dell’epoca quasi una sensitiva. Andavamo da lui io e Harriet White, che era una vera e propria medium e che è la megera che mi perseguita nei due film che ho fatto con Freda, L’orribile segreto del dottor Hichcock e Lo spettro. Aveva una storia strana, Harriet. Era l’inglesina di Paisà, aveva avuto credo una storia con Rossellini ma poi aveva sposato lo scenografo Gastone Medin ed era rimasta nel mondo del cinema. Ma, soprattutto, organizzava sedute spiritiche. Per tornare a Federico, la magia bianca lo affascinava perché aveva paura della morte. Ci fu un periodo che ero da lui quasi tutte le sere. Da lì ad avere una parte in un suo film, il passo fu veramente breve.

E in quegli anni la ritroviamo anche nelle commedie…

Si, cercavano di fare di me una delle presenze sexy: il costume in Italia stava cambiando e le attrici si potevano spogliare molto di più sullo schermo. Non mi tirai indietro. Il ruolo che mi ha più divertito è stato quello di Teodora in L’armata Brancaleone. Quel film è stato un vero divertimento anche quando lo stavamo girando. Monicelli era un altro cattivo, però poi faceva morire dal ridere con le sue battute, era una sorte di burbero benefico. In quel film credeva davvero molto, credo che glielo avessero bloccato qualche anno prima perché i produttori non ci credevano e lui, che era un uomo che amava le sfide, si era buttato a capofitto in quella sfida e aveva coinvolto un po’ tutti noi che ci lavoravamo. Diceva che sarebbe stato un grande film e che proprio per quello non glielo volevano far fare, ma che lui ce l’avrebbe fatta. E fu proprio così. Mi ricordo un’altra cosa di quel film: lui prese da parte me, Catherine Spaak e Maria Grazia Buccella (cioè le tre donne del film) e ci disse che il nostro ruolo non era enorme ma era fondamentale. E questo perché lui era stufo di leggere di un Medioevo tutto fatto da damigelle trepidanti e vestite di bianco. Voleva delle donne vere, delle femmine che non avevano paura degli uomini ma che li sapevano sedurre e piegare a propri desideri. Come è sempre stato e come sempre sarà.

Sono stato anni di grande lavoro e anche di grandi polemiche. Come ha detto lei, il costume in Italia stava cambiando, ma questo non avvenne senza scossoni e senza tensioni…

Lasciamo perdere le tensioni politiche, quelle non mi interessano anche se in proposito ho sempre avuto le mie idee molto precise. Ma pensate che una volta ci fu un fidanzato che al cinema, mentre era proiettato un horror interpretato da me, cercò di violentare la sua ragazza e, al suo rifiuto, la uccise. Giustamente il caso creò scalpore. Quello che trovo davvero allucinante è che ci fu un giornale che mi accusò di essere la responsabile di quella morte, perché in quel film mi spogliavo. Capito? Il colpevole non era quel pazzo criminale assassino, ma io. Succedeva anche questo, nell’Italia di quegli anni. Quel giorno, e per un lungo periodo successivo, non lessi più il giornale e mi venne un gran mal di testa, dovuto a una rabbia impotente.

E poi lei ritorna in America, e di fatto cambia vita.

Si. Mi sono sposata. Mio marito era uno sceneggiatore, ma non credo di averlo sposato per questo motivo. Credo fosse scritto nel destino. Lui si chiamava James Poe, e io, la reginetta dell’horror, non potevo non sposare uno che si chiamava Poe, che peraltro è uno scrittore straordinario. Siamo stati insieme per molto tempo, e io insieme a lui ho intrapreso un’altra carriera, quella di produttrice. Ho lavorato per il cinema e per la televisione, in Canada e negli Stati Uniti. Ma ha continuato a fare l’attrice… Si, mi hanno chiamato molte volte, un po’ perché il mio nome non dico che facesse cassetta ma sicuramente suscitava curiosità. Mi hanno chiamato dei registi che mi hanno fatto recitare, e queste proposte le ho accettate. Mi hanno anche chiamato tanti per fare piccole parti in film improbabili, e quei ruoli li ho rifiutati: appena avevo il sospetto di essere usata solo per il mio nome, dicevo subito di no. Ho lavorato con Cronenberg, con Demme, con Joe Dante: tre registi molto diversi tra loro, ma tutti e tre grandi conoscitori di cinema, tant’è vero che nelle pause mi riempivano di domande alle quali spesso non sapevo rispondere (nel senso che erano troppo dettagliate per i miei ricordi). Poi ho lavorato con Dan Curtis, che ha molto meno ambizioni dei tre che ho citato prima ma è un ottimo regista di genere, uno di quelli che forse non esistono più. Sono molto contenta di come ho gestito questa seconda parte della mia carriera. Potevo fare un gran pasticcio e perdere ogni credibilità, per fortuna non è andata così.

E poi ha dovuto gestire anche gli inviti, la richiesta di conferenze, di ospitate a festival e a programmi televisivi.

Anche in questo caso mi sono orientata a scegliere in base all’impressione di credibilità che avevano i vari richiedenti. Negli anni Novanta sono andata molto volentieri in Italia per una retrospettiva dedicata a Mario Bava, nella quale sono stata ospite d’onore. In quel caso ho visto che tra me e Lamberto Bava, il figlio di Mario che adesso fa il regista e che ha tanto collaborato con lui, c’era totale identità di vedute sulla memoria del padre. Bava era un genio proprio perché non faceva nulla per dimostrarlo, sapeva scherzare e al tempo stesso aveva una padronanza incredibile di tutto quello che girava. Nelle interviste che mi fanno è il più citato, ed è giusto che sia così.

Lei ha compiuto 75 anni, il suo anticonformismo si è spento con il passare del tempo?

Beh, sicuramente certe frasi un po’ tranchant adesso non le pronuncio più. Ma l’odio per gli ipocriti, i cosiddetti “sepolcri imbiancati”, quello è rimasto. Sono strutturalmente contraria all’ipocrisia, soprattutto tra le donne. Se uno pensa una cosa, fa bene a dirla: soprattutto se è una sua idea in proprio e se non offende nessuno pronunciandola. Dovrebbe essere la prima regola della convivenza civile. Invece è quasi un’eccezione, ma un’eccezione della quale sono molto, molto fiera

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