Cerimonia di premiazione per Icíar Bollaín

Condividiamo il testo di Giovanna Maina dell’Università degli Studi di Torino pronunciato in occasione del conferimento del Premio Maria Adriana Prolo a Icíar Bollaín lo scorso 10 dicembre 2025 al Cinema Massimo di Torino.
Scrivere un ritratto di Icíar Bollaín significa confrontarsi con un cinema che ha fatto della questione di genere non uno “sguardo tematico”, ma una postura profonda e strutturale. Non un cinema sulle donne, ma un cinema a partire dalle donne: dai loro corpi, dalla loro esperienza del tempo e del reale, dal loro modo di stare nel conflitto. In questo senso, il lavoro di Bollaín ha contribuito in modo decisivo a ridefinire il campo del cinema europeo contemporaneo, sottraendo la rappresentazione femminile sia alla retorica vittimistica che all’illusione neoliberale di un empowerment aproblematico e “risolutore”. Il suo percorso nasce dall’esperienza d’attrice, e questo non è un dato marginale. È proprio questa origine a determinare una relazione con gli interpreti e le interpreti fondata sull’ascolto e sul rispetto, ma anche su una consapevolezza molto concreta dei modi in cui le gerarchie di potere che attraversano il set, la narrazione e lo stesso sguardo cinematografico possono influenzare tanto il risultato creativo, quanto le dinamiche collaborative. Bollaín sembra interrogarsi costantemente su chi guarda e chi è guardato, su come la macchina da presa possa (e debba) diventare uno strumento di alleanza invece che di dominio. Nei suoi film, soprattutto quando mette in scena corpi femminili esposti alla violenza, al giudizio, alla pressione sociale, lo sguardo non consuma mai: accompagna, protegge, restituisce innumerevoli sfaccettature.
Te do y mis ojos resta, da questo punto di vista, un film cardine: non solo per il tema della violenza domestica, ma per il modo in cui la relazione di coppia viene analizzata come struttura emotiva e politica insieme. Bollaín rifiuta ogni schematismo: non c’è un carnefice monolitico né una vittima passiva, ma un sistema di ruoli, aspettative e silenzi che rende possibile la violenza. È un cinema che interroga il patriarcato dall’interno, mostrando quanto sia radicato nei gesti quotidiani, nelle parole non dette, nelle dinamiche pervasive della cosiddetta “normalità”.
Anche nei film in cui la questione di genere si intreccia con altre linee di narrative le figure femminili restano il centro sensibile del racconto. Pensiamo alla meditazione sul colonialismo e sulle responsabilità del cinema rappresentata da un’opera come También la lluvia; o a come El olivo racconta il legame con la terra e la trasmissione intergenerazionale; o ancora all’elaborazione del lutto politico (insieme personale e nazionale) e alla necessaria umanità della giustizia riparativa per come emergono dalla storia di Maixabel. Sono donne, quelle di Bollaín, che non incarnano mai un simbolo astratto, ma sempre una pratica concreta di resistenza, di negoziazione, di cura. È una cura spesso conflittuale, attraversata dal dubbio: pensiamo a Maixabel Lasa, che trova la forza di incontrare gli assassini del marito non per cancellare il dolore, ma per non lasciarsi definire da esso; o a Rosa, in Labo da de Rosa, che sceglie di sottrarsi a una rete di ruoli affettivi e lavorativi per riconsegnarsi, finalmente, il diritto di essere al centro della propria vita.

A questo percorso si aggiunge il film che vedremo questa sera, Soy Nevenka, che riporta Bollaín al terreno della denuncia e dell’ascolto delle vittime, ma con uno sguardo che si addentra nelle conseguenze psicologiche e sociali della violenza di potere. La storia reale di Nevenka Fernández – la prima donna in Spagna ad aver denunciato per molestie il proprio superiore – diventa il punto di partenza per un’indagine sulla manipolazione, sull’isolamento e sulla disgregazione della soggettività femminile in un ambiente professionale che punisce chi rifiuta di restare in silenzio. Il film mostra come la violenza psicologica, l’umiliazione e le minacce possano annientare l’identità di una donna più profondamente della violenza fisica. E tuttavia Nevenka, come molte protagoniste di Bollaín, trova una forma di lucidità e di autodeterminazione che le permette di salvarsi, seppure pagando un prezzo altissimo.
Ciò che rende davvero unico il cinema di Bollaín è la sua capacità di pensare il genere come relazione, non come identità chiusa. Le sue donne esistono sempre in un campo di forze che le precede e le eccede: famiglia, lavoro, memoria collettiva, responsabilità etica. Eppure non perdono mai una radicale singolarità. Le loro storie non cercano un modello da imitare o idealizzare, ma il diritto di esistere nella complessità: donne che avanzano per tentativi, contraddizioni, esitazioni, e che proprio in questa imperfezione trovano una forma di verità.
Accanto al lavoro creativo, Bollaín ha costruito nel tempo anche un impegno strutturale a favore dell’uguaglianza di genere nel settore audiovisivo. Nel 2006 ha contribuito alla fondazione di CIMA, associazione nata per contrastare la scarsa presenza femminile nel cinema e per evitare che la mancanza di donne dietro la macchina da presa continui a produrre visioni parziali, distorte, ingiuste della realtà. Grazie a un’intensa attività di informazione e lobbying, CIMA è riuscita a ottenere modifiche legislative che premiano le produzioni con maggioranza femminile nei reparti chiave, e continua ancora oggi a lavorare per l’uguaglianza attraverso mentoring, programmi di sostegno, networking e la presenza ai tavoli decisionali del settore. È diventata un luogo di incontro e di scambio per nuove generazioni di cineaste, uno spazio di alleanze professionali e un riferimento politico e culturale di primo piano.
Icíar Bollaín ha scelto la continuità invece dell’esibizione, la pazienza invece dell’urgenza autoriale. Ha costruito, film dopo film, uno spazio in cui la soggettività femminile potesse finalmente essere complessa, contraddittoria, non esemplare. Ed è forse proprio questa fedeltà a un’idea di racconto come atto di responsabilità – verso chi filma, verso chi guarda, verso la realtà che chiede di essere compresa – che rende oggi il suo cinema non solo necessario, ma profondamente politico.





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