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News

CinemAutismo: proiezione gratuita di “Tutto ciò che voglio”

Lunedì 29 marzo, alle ore 9, in occasione della Giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo, sono in programma la proiezione e l’incontro per le scuole (classi terze della Secondaria di I grado e II grado) in streaming. L’AMNC e il Museo Nazionale del Cinema organizzano una proiezione gratuita di CinemAutismo rivolta alle scuole per riflettere sulla Giornata Mondiale della consapevolezza dell’Autismo. Alla proiezione del film in streaming seguirà un incontro sulla piattaforma Zoom per affrontare il tema del film TUTTO CIO’ CHE VOGLIO – PLEASE STAND BY e della giornata insieme agli studenti.

TUTTO CIO’ CHE VOGLIO – PLEASE STAND BY (Ben Lewin 2017, USA, 97’)

Il film racconta la storia di Wendy, una ragazza con autismo di San Francisco che lavora in un fast food e vive in una casa famiglia sperando di andare presto a vivere con la sorella. Appassionata di Star Trek, Wendy sta scrivendo una nuova sceneggiatura della saga per un concorso indetto dalla Paramount, ma, quando si rende conto che non c’è più tempo per spedire il suo lavoro nei tempi prescritti, decide di scappare alla volta di Los Angeles per consegnarlo a mano in una complicata corsa contro il tempo…

La partecipazione è gratuita con prenotazione obbligatoria:  didattica@museocinema.it  011-8138516

2 Marzo 2021
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Guarda DESTINY e ASHKAN i due cortometraggi di Affidarsi 3

DESTINY e ASHKAN sono i due cortometraggi di Affidarsi 3. Guardali in streaming sul nostro sito!

DESTINY (2021, 3’57”)

Un progetto a cura di Associazione Museo Nazionale del Cinema e Casa dell’Affidamento del Comune di Torino

Con il sostegno di Città di Torino – Divisione Servizi Sociali – Area Politiche Sociali – Servizio Promozione della Sussidiarietà e della Salute e il sostegno di Fondazione CRT

Con Destiny Jarymaya Okpepke

Prodotto da Valentina Noya

Regia e montaggio Vieri Brini

Grazie a Parrocchia di San Remigio, Viewtopians Studio Torino, Alessandro Zorio, Federico Remolif, Flavio Amelotti, Majlend Bramo, Florestano Grazzini

ASHKAN (2021, 3’50”)

Un progetto a cura di Associazione Museo Nazionale del Cinema e Casa dell’Affidamento del Comune di Torino

Con il sostegno di Città di Torino – Divisione Servizi Sociali – Area Politiche Sociali – Servizio Promozione della Sussidiarietà e della Salute e il sostegno di Fondazione CRT

Con Ashkan Abdullah

Prodotto da Valentina Noya

Regia e montaggio Vieri Brini

Grazie a Viewtopians Studio Torino, Alessandro Zorio, Federico Remolif, Flavio Amelotti, Majlend Bramo, Florestano Grazzini

21 Febbraio 2021
News

Il Museo Nazionale del Cinema e AMNC ricordano Maria Adriana Prolo a trent’anni dalla scomparsa

Il 20 febbraio 1991 moriva, a 82 anni, Maria Adriana Prolo, donna appassionata e tenace, competente, visionaria e anticonformista, fondatrice del Museo Nazionale del Cinema. Rispettata a livello internazionale, fece di tutto per rendere reale il sogno di un museo dedicato alla Settima Arte.

A lei il Museo Nazionale del Cinema, in occasione del trentennale della sua scomparsa, dedica l’omaggio Maria Adriana Prolo: un museo, la sua fondatrice,una selezione di immagini che la ritraggono dagli anni Venti alla fine degli anni Ottanta, ospitate dal 19 febbraio a fine marzo 2021 sulla cancellata esterna della Mole Antonelliana.

“È un affettuoso omaggio che dedichiamo alla fondatrice del museo, rendendo merito al grande lascito culturale che ha tramandato, non solo in termini di collezioni, senza il quale l’attuale Museo del Cinema alla Mole Antonelliana non sarebbe esistito” – sottolinea Enzo Ghigo, presidente del Museo Nazionale del Cinema.

Agli scatti privati, provenienti anche dall’archivio di famiglia, si accompagnano alcune delle fotografie esposte in occasione della mostra dedicata alla prima sede del Museo del Cinema a Palazzo Chiablese, curata da Lorenzo Ventavoli, per arrivare alle immagini realizzate da Elena Bosio sul set del documentario Occhi che viderodi Daniele Segre (Italia 1989, 50’), pellicola di cui Maria Adriana Prolo e il suo Museo furono assoluti protagonisti.

Il film e i contenuti extra si presentano oggi come un documento unico capace di catturare la vitalità di questa piccola grande donna, avvolta nella magia delle preziose collezioni di cinema, precinema e fotografia raccolte per decenni con passione.

Il documentario sarà disponibile online sul canale Vimeo del Museo per tutta la durata dell’omaggio. Sarà possibile accedere al film anche inquadrando il QR code posto sul pannello introduttivo della mostra.

“È il primo di una serie di eventi che vedranno protagonista una straordinaria figura del Novecento, pioniera del collezionismo e della storiografia cinematografica ma anche donna dal carattere forte e dallo spirito anticonformista, con una determinazione e una passione da esempio per intere generazioni di studenti e appassionati” – racconta Domenico De Gaetano, direttore del Museo Nazionale del Cinema.

Il Museo Nazionale del Cinema di Torino annuncia la ristampa anastatica e la traduzione del suo volume Storia del cinema muto italiano, Vol. I edito nel 1951 e ormai di difficile reperibilità: un’opera coraggiosa che, in parte superata dalle successive ricerche, si ripropone oggi per l’assoluta originalità nella scelta pionieristica dell’ambito disciplinare, con una  rigorosa metodologia di documentazione e analisi delle fonti che l’autrice maturò nel corso dei suoi studi universitari sulla storia risorgimentale.

Importante la collaborazione di Gianna Chiapello, storica assistente di Maria Adriana Prolo e tuttora collaboratrice del museo, che porterà a termine la revisione della parte iconografica del volume, commissionatale direttamente dalla Prolo e mai portata a termine.

La pubblicazione è simbolicamente la prima iniziativa realizzata dal Centro ricerche sul cinema muto italiano Giovanni Pastrone, fondato nel 2020 dal Museo Nazionale del Cinema e dall’Università degli Studi di Torino.

Oltre alla ristampa anastatica il volume sarà disponibile nei prossimi mesi in versione digitale, accessibile gratuitamente. Il testo di Maria Adriana Prolo che costituisce la prima parte dell’opera sarà tradotto nelle lingue ufficiali della Fédération Internationale des Archives du Film (francese, inglese e spagnolo), associazione di cui il Museo entrò a far parte sin dagli anni Cinquanta proprio grazie alla tenacia della sua fondatrice e alla preziosità delle sue collezioni.

Il progetto sarà realizzato con il contributo dell’Associazione Museo Nazionale del Cinema.

La divulgazione del volume, a distanza di settant’anni dalla prima pubblicazione, sarà il punto di partenza per l’organizzazione nel prossimo anno accademico di un convegno a cura dell’Università degli Studi di Torino e del Museo Nazionale del Cinema con il Centro ricerche Pastrone, dedicato al passato e al futuro della storiografia del cinema muto italiano.

È previsto, a cura dei Servizi educativi del Museo con il supporto del Centro ricerche Pastrone, un progetto per le scuole dedicato alla figura di Maria Adriana Prolo al quale gli studenti saranno chiamati a partecipare attivamente

Questa ricorrenza è infine l’occasione per riconfermare il legame a doppio filo che lega Alessandro Antonelli e Maria Adriana Prolo, tanto prolifica e appassionata da aver dato vita non solo al Museo del Cinema di Torino ma anche – con Fernanda Renolfi, Carlo Dionisotti e un gruppo di studiosi – al Museo Storico Etnografico che nasce nel 1973 a Villa Caccia (Romagnano Sesia), proprio in un complesso progettato e realizzato da Antonelli.

Saranno proprio Maria Adriana Prolo e Alessandro Antonelli i due personaggi che daranno il benvenuto ai visitatori nel nuovo allestimento del piano di accoglienza del Museo Nazionale del Cinema alla Mole Antonelliana, previsto nel corso del 2021.

20 Febbraio 2021
News

Cecilia Mangini si racconta su Mondo Niovo 18/24 ft-s

A qualche giorno dalla scomparsa, continuiamo a ricordare Cecilia Mangini con alcuni estratti della lunga intervista rilasciata, nello scorso mese di ottobre, a Silvia Nugara, Micaela Veronesi e Maria Giulia Petrini per la rivista “Mondo Niovo 18/24 ft-s”:

“Essere comunista per noi significava essere leninisti e anticolonialisti. Da bambini ci facevano cantare “Faccetta Nera bell’abissina”, una canzone razzista di cui, con la caduta del fascismo, ci siamo vergognati. Ma noi, io e Lino come molti altri, eravamo comunisti eretici, ferocemente anti stalinisti, distanti dalle terribili liturgie, le stragi, le uccisioni di massa dell’Unione Sovietica, dove i comunisti eretici finivano tra gli altri nei gulag. E non era una posizione facile neppure in Italia.

Oggi essere comunisti significa appartenere a una minoranza di cui però siamo fieri. E anche adesso non è una posizione facile: Lenin è stato oscurato, il pensiero di Marx fatto dimenticare, le periferie, le classi lavoratrici votano a destra e per i populisti. Non è un bello spettacolo.”

“Alla fine degli anni Cinquanta tutti credevamo nello sviluppo industriale, eravamo certi dell’importanza di una grande fabbrica che garantisse il lavoro a tante persone. Ma già dopo qualche anno, quando ho girato Essere donne e poi Tommaso e Brindisi ’65, ho capito che le cose non andavano bene per l’ambiente e per la salute delle persone. Quando sono tornata a girare in Puglia dopo cinquanta anni ho constatato che la corruzione sociale e l’inquinamento senza limiti hanno distrutto una città bellissima come Taranto, nonostante le enormi risorse impiegate per sviluppare quel modello economico. Un campo enorme di possibilità è stato oggetto di sfruttamento e speculazione. Per questo la povertà e l’indifferenza non si possono tollerare.”

“Quando io ero in giro per Firenze da ragazza mi dava fastidio che ci dovessero essere delle regole per cui le “ragazze per bene” si dovessero comportare in un certo modo: per esempio, le donne non dovevano fumare per strada e io arrivavo in centro e fumavo. Lo facevo apposta perché ovviamente era come una sfida alle regole di comportamento corretto. Nel 1945-46 io sono stata una delle prime ragazze a portare i pantaloni jeans per la città di Firenze: anche quella era una sfida. Poi sono andata in giro con la macchina fotografica, quella è stata la cosa più importante per me perché le donne potevano fare fotografie nei loro studi fotografici ma non fotografare per strada come ho fatto io dopo il reportage realizzato a Lipari. Ma non andava bene, le signorine non lavorano per strada, le signorine “per bene” intendo.

Forse dire che ero una donna ribelle è esagerato, ma io non volevo obbedire a quelli che erano diktat del comportamento soprattutto femminile perché io sentivo che c’era una differenza. Per molto tempo sono stata angosciata dall’idea di non essere un maschio, a 8-9 anni sentivo che i maschi avevano qualcosa in più che a noi era negato e questo non mi stava bene. Ora le differenze tra i sessi continuano, esistono, ma si sono molto assottigliate, sono diventate non dico sfumature, ma non sono cogenti come a quel tempo. All’epoca venivi costretta a essere come non volevi e ciò mi dava estremamente fastidio. Forse è stato per questo che ho pensato che potevo diventare una documentarista: era anche una sfida contro il fatto che le donne allora nel cinema facevano le segretarie di edizione, le aiuto montatrici, facevano le aiuto parrucchiere, le aiuto sarte… forse potevano essere sceneggiatrici ma difficilmente si ammetteva che una donna facesse un mestiere maschile, come quello di regista. Forse per questo non volevo abituarmi ai legami e mi ribellavo alle imposizioni, perché erano imposizioni. Credo che sia molto difficile capire oggi qual era l’ambito molto ristretto a cui le donne erano destinate. La condizione delle donne oggi non so se è migliorata… in generale noto un grande arretramento, spero in un cambio di rotta.”

“La tentazione di riprendere in mano la macchina da presa è sempre forte anche se poi io ho maneggiato solo la macchina fotografica, i documentari li giravo sempre con operatori, erano tutti molto bravi e pratici di cinema. Queste nuove macchine digitali sono delle meraviglie ma non le riesco a maneggiare bene, a volte mi sembrano fin troppo piccole e leggere. Però mi sembra che ora sia diventato più facile raccontare e davvero si possono raccontare tante storie. Vorrei fare un documentario su Raffaello… Raffaello Sanzio, il grandissimo pittore. Il “divino pittore” era felicissimo di avere tante avventure sentimentali e fare terribili peccati e mi piace proprio questa apertura così lontana dalla religione cattolica. Mi piacerebbe parlare di lui proprio come di una persona che era al di fuori degli schemi del tempo. Era bellissimo il suo modo di amare e dipingere le donne. Delle realtà di oggi mi piacerebbe fare un documentario sui giocolieri, lavoratori precari dello spettacolo che si esibiscono velocemente per automobilisti distratti nel tempo di durata di un semaforo rosso.”

25 Gennaio 2021
News

Addio a Cecilia Mangini

Oggi diciamo addio a una donna straordinaria, a un’intellettuale attenta e presente e a una documentarista che ha saputo raccontare in maniera unica e sempre lucida la realtà intorno a sé. Cecilia Mangini lascia a tutti noi un’eredità importante e insostituibile, quella del suo esempio e dei suoi film, la testimonianza di chi ha sempre saputo scegliere da che parte stare e che cosa voleva raccontare. È stata in Vietnam negli anni Sessanta, ha narrato la povertà, le contraddizioni dello sviluppo economico, le lotte dei pescatori e le tensioni che attraversano il mondo, un impegno che è sempre andato di pari passo con la ricchezza e l’eleganza della sua proposta visiva. Proprio quest’anno l’AMNC ha avuto l’onore di conferirle il Premio Maria Adriana Prolo alla carriera e di raccontare approfonditamente il suo percorso all’interno del numero 105 di “Mondo Niovo”, dedicato interamente a lei. Un numero curato da Micaela Veronesi e affidato a una redazione tutta al femminile, e questo per ricordare che Cecilia Mangini è stata capace anche di raccontare il duro percorso di lotta delle donne per affermare il proprio diritto a esprimersi. 

Caterina Taricano

22 Gennaio 2021
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Un ricordo di Fiorenzo Alfieri

Riceviamo dall’amico e prof. Tazio Brusasco, insegnante delle superiori a Settimo Torinese, ex presidente dell’Associazione Il Contesto Onlus ed ex dipendente dell’Accademia Albertina un ricordo di Fiorenzo Alfieri, insegnante elementare, fondatore, attivista del gruppo piemontese del Movimento di Cooperazione Educativa che per tanti anni ha guidato con rigore e passione il mondo culturale della nostra città.

Conoscere Fiorenzo Alfieri è stato un grande privilegio.

Lavoravo all’Accademia Albertina da oltre un lustro quando, un pomeriggio del 2013, giunse la notizia della sua possibile nomina alla presidenza. Aveva da poco terminato la seconda esperienza alla Cultura con Chiamparino e in quella veste lo avevo ammirato, come tutti i torinesi che avevano vissuto l’ebbrezza olimpica e le celebrazioni dei 150 anni dall’unità d’Italia. Immaginare che avrei potuto lavorare con una persona così mi aveva entusiasmato.

In quei giorni mi era tornata in mente una scena di pochi anni prima: in un gioco da tavola era richiesto di immaginare un personaggio famoso e farlo indovinare alla platea rispondendo solo sì o no alle domande. Un caso: io avevo scelto lui, un amico ci era arrivato.

E anche lui, poco dopo, era arrivato in Accademia, portando con sé La città che non c’era, il libro che aveva appena scritto sulla sua esperienza di amministratore e sugli anni che avevano cambiato Torino. Lo donò a me e a qualche collega.

In breve tempo nacque un feeling. Nonostante in Accademia ci fossero buoni rapporti umani, non avevo mai amato il mio lavoro amministrativo. Ma ora le cose cambiavano: lo affiancavo spesso e approfittavo di ogni occasione per un dialogo, un confronto, una spiegazione. E Fiorenzo non si negava, anzi gli piaceva raccontare. A me chiedere e ascoltare piaceva ancor di più. Pian piano iniziavo a esprimere le mie idee e sottoporle al suo vaglio, registravo giudizi e commenti sui quali meditavo a lungo e che talvolta risfoderavo nei confronti con altri, spesso dimentico dei diritti d’autore.  

Avevamo in ufficio una collega che generava un clima di tensione e conflitto con tutti. A seguito dell’ennesima questione, ebbi occasione di scrivere una lettera di rimostranze a nome di tutti i colleghi. Lui era il presidente da poco e noi potevamo finalmente avere un giudice imparziale! Era la mia occasione: mi impegnai per condensare in poche righe tutta la rabbia e, en passant, cercare di colpire il giudice con la prosa. In quei giorni era a Gressoney senza connessione: gliela lessi al telefono, col pathos di un attore a un provino importante. Non so se in quella occasione fu la sostanza o la forma, ma fummo ascoltati e ci sentimmo finalmente capiti.

Con i mesi intanto il nostro rapporto cresceva. Forse anche per fronteggiare la serie di eventi e iniziative che proponeva senza soluzione di continuità, mi aveva invitato nello staff, una lunga riunione settimanale nella quale si faceva il punto e ci si distribuivano attività e mansioni che sarebbero state verificate la settimana successiva. Il rispetto di questo appuntamento cadenzato era imperativo: “Io lavoro solo così, e le cose si fanno così!”. E poi, dopo una breve pausa, sorridendo aggiungeva sottile:”Conosci altri modi?”. No, ma intanto per me era strano sedermi al tavolo con i miei responsabili e dialogare con loro sulle scelte da pari a pari. Era inedito. Com’è giusto, avrebbero poi scelto loro, ma in quelle occasioni ognuno di noi poteva arricchire il dibattito e offrire idee, senza sentirsi inibito dalla mancanza di galloni sulla giacca. In quelle riunioni io e gli altri giovani colleghi abbiamo osservato un metodo, pur a costo di qualche calo ponderale: Alfieri era capace di lavorare senza alzarsi dal mattino al pomeriggio, e talvolta le riunioni si susseguivano senza pause. “Ma mangia?” ci chiedevamo ogni tanto. Grazie a lui però siamo cresciuti sentendoci sempre protetti e stimolati dall’indiscussa (indiscutibile!) superiorità culturale, esperienziale e operativa di Fiorenzo. Era una guida: era davanti ma la sentivi a fianco. 

Su questo mi soffermo: professionalmente mi ha cresciuto e formato come nessuno. Eppure non ricordo di essere mai stato sgridato in quegli anni. Se guardo indietro mi sembra incredibile, proprio non possibile. Ora che lavoro altrove e educo i miei figli mi rendo conto che io invece sgrido, impongo linee e non sempre sono maieutico. Lui lo era e quando non c’era tempo di esserlo era un motore. Tutt’altro che immobile. Grazie a lui quelli sono diventati anni formativi. 

Ma i miracoli non si possono fare né le vocazioni inventare e io, incoraggiato anche da lui, mi ero intanto messo a seguire i corsi per l’abilitazione all’insegnamento. Dopo oltre due anni il baricentro dei nostri discorsi si stava spostando dalla politica alla scuola, anche se capivo – e su questo lui insisteva – che i due mondi sono comunicanti. Ecco che si apriva un altro lato luminoso di Fiorenzo e con lui di Maria Teresa e della loro esperienza: la pedagogia. Che piacere sentir spiegare Vygotskij, Freinet, Piaget e Bruner da lui. E che bello capirli così, ricostruire e realizzare a posteriori il respiro, l’audacia, la bellezza delle attività che alle scuole elementari immaginavano e realizzavano per noi il mio maestro Angelo Petrosino e il direttore didattico Guido Piraccini anch’essi, con molti altri, membri del Movimento di Cooperazione Educativa che ha rivoluzionato la scuola pubblica in quegli anni (la nascita del tempo pieno!) e che era animato anche da Fiorenzo. A Torino, negli anni Ottanta, la mia generazione ha avuto una scuola sperimentale di grande qualità. E quando, da adulto, parlavo con i miei genitori di quelle scoperte, che bello realizzare quanti tra gli amici di famiglia avevano contribuito a pensare e strutturare quella didattica. E quanti lo ricordavano! Per ricalarsi in quelle atmosfere sperimentali consiglio la visione della serie Rai ‘Diario di un maestro’, pietra miliare per gli insegnanti d’allora ma ancora illuminante per noi. Indovinate chi me ne propose con perseveranza la visione.

I nostri discorsi e confronti continuavano in ufficio e, dopo il mio ingresso nella Scuola, al telefono e via mail, unendo ora l’educazione impartita tra i banchi a quella pensata per essere offerta alla società. Ecco di nuovo l’incastro perfetto dei due mondi: scuola e polis. Ecco l’assessore che mi spiega come la città debba offrire ai cittadini un sistema culturale diversificato e battente che li coinvolga lungo l’arco della vita intera e non solo in quello temporalmente ristretto della scuola. Agganciare i cittadini partendo dalla zona di sviluppo prossimale per alzare continuamente – mai abbassare! – il livello. Indimenticabile, oltre che istruttivo.

Fiorenzo era curiosissimo, ironico, riflessivo e veloce al contempo, tenace, profondo, un po’ narcisista e affettuosissimo. So bene che io l’ho frequentato solo per pochi anni e posso solo immaginare le emozioni di chi l’ha conosciuto per una vita. Ciononostante, sebbene sia consapevole che l’importanza che ho avuto nella sua vita non è paragonabile a quella che lui ha avuto nella mia, sento tuttavia di avere avuto con lui un rapporto privilegiato. Come d’altronde sentono tutti quelli che l’hanno conosciuto. Lui era capace anche di questo.

Ora siamo soli. E si sente. Mi mancheranno le telefonate, le mail lunghe, belle, istruttive, le incredibili cene natalizie (ogni piatto aveva la sua storia sapientemente narrata), le visioni teatrali dei processi al Carignano, le domande sul teatro e sulla lirica e poi sentirmi considerato, capito, protetto. Mi mancheranno l’interesse e la profondità di molte nostre discussioni e anche le riflessioni che, inevitabilmente, dopo ogni incontro, mi accompagnavano e roteavano nella mia testa fino a trovarvi sede. Mi mancherà inviargli le mie idee, consultarlo su alcune scelte – non solo professionali, sentire che c’era. 

Ora, come si evince dagli articoli apparsi sui giornali in questi giorni, tutti quelli che sono stati in parte cresciuti da lui ne portano il segno e sono certo riverseranno nella loro azione quotidiana parte di quella eredità. Non possono fare diversamente. Difenderanno certi assunti e adatteranno ai tempi che cambiano quelle idee e sensibilità che per natura e osmosi hanno sviluppato. Questa presenza diffusa è una delle eredità più grandi di Fiorenzo: chiunque si è giovato della sua conoscenza ha in sé una tessera più o meno grande del suo magistero. E se chiudo gli occhi e penso a Torino oggi, non è un caso che il segno della sua impronta si profili subito, e così continuerà a essere, figlio dell’unione di esperienze e insegnamenti che compongono un mosaico brulicante, vivido, energico di cui credo lui sarebbe orgoglioso e felice.

Addio Fiorenzo.

Tazio Brusasco

19 Gennaio 2021
News

Parole & Cinema: i primi tre appuntamenti del 2021

Il 20 gennaio torna Parole&Cinema, la rassegna dedicata dall’Associazione Museo Nazionale del Cinema (AMNC) alla presentazione di libri che raccontano la settima arte da ottiche diverse e variegate, per stili di scrittura e tematiche, punti di vista, esplicitamente o nei suoi rapporti con le altre arti e narrazioni e con gli aspetti sociali della contemporaneità. Gli autori dei volumi selezionati dialogheranno con il critico Edoardo Peretti dell’AMNC, e gli appuntamenti, per i motivi legati all’emergenza sanitaria, potranno essere seguiti in diretta on line sulla pagina facebook dell’AMNC. La speranza è di poterli recuperare dal vivo, in maniera tale anche da continuare il dialogo con le molteplici realtà socio-culturali del territorio che è stato fondamentale nelle prime tre edizioni dell’iniziativa.

Il primo appuntamento è in programma mercoledì 20 gennaio alle 18,00 con Nicola Cargnoni, autore di Bellocchio/Dreyer. Identificazione di una donna; le figure femminili(Falsopiano Edizioni, 2020), viaggio nella filmografia dei due grandi autori che nella rappresentazione delle figure femminili trovano punti di contatto. “Il cinema di Dreyer e Bellocchio – dichiara l’autore  –  è “fatto di corpi”, e l’uso della macchina da presa è quasi sempre rivolto a un pedinamento costante, assillante e insistente del corpo femminile, delle reazioni che provoca o desta, degli ingabbiamenti sociali a cui è sottoposto e della capacità che ha di cambiare i destini dei comprimari. Un uso “politico” che in Dreyer trova le radici di quello che sarà il costante lavoro di modellamento dei rapporti uomo/donna messo in scena da Bellocchio“.

Martedì 26 gennaio alle 17,00 sarà il turno di Paola Abenavoli autrice e di Terre Promosse. L’immagine delle regioni italiane nell’epoca delle Film Commission(Città del Sole Edizioni, 2020), un trattato sulla rappresentazione dei vari territori d’Italia che unisce la riflessione sull’industria all’analisi più strettamente critica e storiografica.”Partendo dal territorio si arriva all’industria, al turismo, ma partendo dal territorio  – dichiara l’autrice –  si può anche creare un linguaggio cinematografico nuovo, che da quel territorio, dalle sue particolarità, dalle sue caratteristiche, può trarre linfa e ispirazione, diventando unico esso stesso. Innovando”. Ad accompagnare Paola Abenavoli ci sarà anche Steve Della Casa, autore di un saggio, Presidente onorario dell’AMNC, conduttore di Hollywood Party ed ex Presidente della Film Commission Torino Piemonte.

Martedì 9 febbraio alle 18,00 il cinema si farà apparentemente da parte per lasciare spazio a scottanti urgenze sociali con Maurizio Veglio, avvocato specializzato in diritto dell’immigrazione e autore de La malapena. Sulla crisi della giustizia al tempo dei centri di trattenimento degli stranieri(SEB 27, 2020) in cui si documentano e denunciano le condizioni della detenzione amministrativa nei CPR. Verranno suggerite proposte e titoli di opere cinematografiche che hanno affrontato questo e altri aspetti interrelati come La vita che non CIE di Alexandra D’Onofrio; insieme a Edoardo Peretti interverrà Valentina Noya, progettista dell’AMNC e Direttrice del Festival LiberAzioni che attraverso la propria rete, a partire dall’Ufficio della Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Città di Torino, negli ultimi mesi ha coordinato il supporto a detenuti ed ex detenuti in emergenza Covid-19 grazie a una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Produzioni dal Basso e il sostegno di Nova Coop e Mosaico Refugees. L’appuntamento è realizzato in collaborazione con il Centro Studi Sereno Regis.

“Il Cpr è territorio così inquinato da rendere ogni gesto di umanità sospetto. Un sorriso inatteso, la disponibilità all’ascolto, un consiglio non richiesto, la richiesta di una firma: tutto può nascondere un’insidia. L’ambiguità  – dichiara l’autore  –  permea questo luogo fino nelle fondamenta: lo straniero è segregato ma anche ospite, le celle di isolamento sono trasformate in un ospedaletto, mentre nel corridoio del Brunelleschi – qualche anno addietro – campeggiava la targa di un’improbabile area benessere, situata tra le stanze della questura e l’infermeria” .

La rassegna proseguirà tra febbraio e la primavera, sperando che ci si possa ritrovare dal vivo, con il viaggio tra cinema e filosofia condotto da Martina Puliatti a partire dal cinema di Cronenberg ne La rivoluzione interiore. Corpi senza organi nel cinema di David Cronenberg (Aracne Editore, 2020), con la riflessione sul rapporto tra Sciascia e il cinema di Ai Pochi felici. Leonardo Sciascia e le arti visive. Un caleidoscopio critico (Edizioni Caracol, 2020) di Giuseppe Cipolla e attraverso l’ultimo numero monografico di «Mondo Niovo 18/24 ft/s» curato da Micaela Veronesi dedicato a Cecilia Mangini, Premio Maria Adriana Prolo alla Carriera 2020.

Info: www.amnc.it – info@amnc.it – pagina facebook dell’AMNC – 3475646645

15 Gennaio 2021
News

I migliori film del 2020 secondo l’AMNC

Eccoci arrivati alla fine di questo tormentato 2020. Mai come quest’anno la sommatoria delle top five dei soci di AMNC ha dato un risultato così eterogeneo e frammentato. Ha vinto Ken Loach e anche questo è un dato sorprendente visto che SORRY WE MISSED YOU è uscito nei primi giorni dell’anno ma è rimasto nel cuore dei votanti per ben dodici mesi.

Vi avevamo detto che le sorprese non sarebbero mancate e, infatti, al secondo posto troviamo un documentario girato in prospettiva canina. Sul terzo gradino del podio sei film che sono stati giudicati i migliori da altrettanti votanti. Con la speranza di poter tornare presto in sala ecco a voi il meglio degli ultimi dodici mesi.

CLASSIFICA 2020

1) SORRY WE MISSED YOU di Ken Loach 10 punti

2) LOS REYES di di Iván Osnovikoff, Bettina Perut  9 punti

3) VOLEVO NASCONDERMI di Giorgio Diritti, LE STRADE DEL MALE di Antonio Campos, A METAMORFOSE DOS PASSAROS di Catarina Vasconcelos, EMA di di Pablo Larraín, IMPREVISTI DIGITALI di Benoît Delépine e Gustave Kervern e DIAMANTI GREZZI di Josh e Benny Safdie 6 punti

9)  MILA di Christos Nikou, WILDFIRE di Cathy Brady, THE ROSSELLINIS di Alessandro Rossellini, THE WOMAN WHO RUN di Hong Sang-soo, THE FOUNDATION PIT di Andrey Gryazev, THE HATER di Jan Komasa, CENIZA NEGRA di Sofia Quiros, UNDINE – UN AMORE PER SEMPRE di Christian Petzold e ON A CLEAR DAY YOU CAN SEE THE REVOLUTION FROM HERE di Emma Charles, Ben Evans James 4 punti

18) COME EL CIELO DESPUES DE LLOVER di Mercedes Gaviria, DICK JOHNSON IS DEAD di Kirsten Johnson, DAYS di Tsai Ming-Liang, A HERDADE di Tiago Guedes, L’UOMO INVISIBILE di Leigh Whannell, GUERRA E PACE di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti 3 punti

24) THE SPECIALS di Olivier Nakache, Eric Toledano, FIRST COW DI Kelly Reichardt, CASA DE ANTIGUEDADES di João Paulo Miranda Maria, HOPPER/WELLES di Orson Welles, Filip Jan Rymsza, Bob Murawski, CITY HALL di Frederick Wiseman, LA CORDIGLIERA DEI SOGNI di Patricio Guzmán, WOLFALKERS – IL POPOLO DEI LUPI di Tomm Moore e Ross Stewart 2 punti

31) LE SORELLE MACALUSO di Emma Dante, DAVID ATTENBOUROUGH: A LIFE ON OOUR PLANET di  Jonathan Hughes, SELVA TRAGICA di Yulene Olaizola, SAMP di Flavia Mastrella e Antonio Rezza, THE WASTELAND di Ahmad Bahrami, IN UN FUTURO APRILE – IL GIOVANE PASOLINI di Federico Savonitto, Francesco Costabile, IL CASO BRAIBANTI di Carmen Giardina e Massimiliano Palmese e THE CAVE di Feras Fayyad 1 punto

LE TOP FIVE DEI SINGOLI VOTANTI

Marco Mastino

1) A METAMOFOSE DOS PASSAROS di Catarina Vasconcelos

2) ON A CLEAR DAY YOU CAN SEE THE REVOLUTION FROM HERE di Emma Charles, Ben Evans James

3) COMO EL CIELO DESPUES DE LLOVER di Mercedes Gaviria

4) THE SPECIALS di Olivier Nakache, Eric Toledano

5) LE SORELLE MACALUSO di Emma Dante

Davide Mazzocco

1) EMA di Pablo Larraín

2) CENIZA NEGRA di Sofia Quiros

3) A HERDADE di Tiago Guedes

4) LA CORDIGLIERA DEI SOGNI di Patricio Guzmán

5) THE CAVE di Feras Fayyad

Valentina Noya

1) LOS REYES di di Iván Osnovikoff, Bettina Perut

2) MILA di Christos Nikou pari merito con WILDFIRE di Cathy Brady

4) THE ROSSELLINIS di Alessandro Rossellini

5) CASA DE ANTIGUEDADES di João Paulo Miranda Maria pari merito con SELVA TRAGICA di Yulene Olaizola

Silvia Nugara e Claudio Panella

1) SORRY WE MISSED YOU di Ken Loach ed EFFACER L’HISTORIQUE di Benoît Delépine e Gustave Kervern

2) THE WOMAN WHO RUN di Hong Sang-soo e THE FOUNDATION PIT di Andrey Gryazev

3) DAYS di Tsai Ming-Liang e GUERRA E PACE di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti

4) HOPPER/WELLES di Orson Welles, Filip Jan Rymsza e Bob Murawski e CITY HALL di Frederick Wiseman

5) SAMP di Flavia Mastrella e Antonio Rezza e THE WASTELAND di Ahmad Bahrami

Edoardo Peretti

1) UNCUT GEMS di Josh e Benny Safdie

2) UNDINE – UN AMORE PER SEMPRE di Christian Petzold

3) L’UOMO INVISIBILE di Leigh Whannell

4) WOLFALKERS – IL POPOLO DEI LUPI di Tomm Moore e Ross Stewart

5) CASA DE ANTIGUIDADES di Joao Paulo Miranda Maria

Vittorio Sclaverani

1) VOLEVO NASCONDERMI di Giorgio Diritti

2) SORRY WE MISSED YOU DI Ken Loach

3) LOS REYES di di Iván Osnovikoff e Bettina Perut

4) THE ROSSELLINIS di Alessandro Rossellini

5) IN UN FUTURO APRILE – IL GIOVANE PASOLINI Di Federico Savonitto, Francesco Costabile ex aequo con IL CASO BRAIBANTI di Carmen Giardina e Massimiliano Palmese

Milad Tangshir

1) LE STRADE DEL MALE di Antonio Campos

2) THE HATER di Jan Komasa

3) DICK JOHNSON IS DEAD di Kirsten Johnson

4) FIRST COW di Kelly Reichardt

5) DAVID ATTENBOUROGH: A LIFE ON OUR PLANET di Jonathan Hughes

PRECEDENTI EDIZIONI

2019 – BURNING di Chang-dong Lee

2018 – LA CASA SUL MARE di Robert Guediguian ex aequo con CORPO E ANIMA di Ildikó Enyedi

27 Dicembre 2020
News

In memoria di Claudio Meloni

Sono giorni molto tristi per il cinema torinese. Qualche giorno fa se n’è andato il direttore della fotografia Claudio Meloni che viene qui ricordato dalla regista Marilena Moretti.

“A Torino se ti occupavi di cinema non potevi non conoscere Claudio Meloni. Lui a Torino era il cinema. Credo non ci sia video maker, film maker, direttore della fotografia, operatore, aiuto operatore, assistente alla macchina da presa, organizzatore, direttore di produzione, regista, elettricista, macchinista, ecc. ecc. che non abbia avuto a che fare con lui.

Era il 1990 quando ho girato il mio primo (e ultimo) cortometraggio di finzione, in pellicola 16 mm. La produzione era di Ipotesi Cinema – la scuola di cinema di Ermanno Olmi – per Rai Uno. Una storia di ragazzi di barriera, in un frammento della loro vita, un giorno e una notte. Il titolo Ritratto di Leo, durata 11 minuti. Ho dovuto mettere in piedi una troupe cinematografica vera e propria. Per la fotografia non ho avuto dubbi: volevo il maestro. Mi avevano detto: “Fai attenzione, ha un brutto carattere. Per una donna può risultare un po’ pesante, ha un umorismo greve”. Vero niente. Fin da subito ho trovato in lui un professionista disponibile, premuroso, generoso. Certo, le sue battute erano taglienti. Ma si capiva benissimo che era un burbero benefico. Nelle pause dava il meglio di sé, come intrattenitore: era una miniera di aneddoti, di battute, la sua ironia non risparmiava nessuno. Era divertimento puro.

Abbiamo legato subito. Lui ha capito che non solo mi fidavo di lui, ma mi affidavo. Ero una principiante, consapevole dei miei limiti. Avevo già dieci anni di televisione alle spalle, ma un conto è la tv, un altro è il cinema. E si è dimostrato un amico straordinario. Non mi ha mai fatto pesare la mia inadeguatezza. Perché a lui non interessava primeggiare, tirarsela, a lui stava a cuore il film, lavorare al meglio per la riuscita del progetto. L’atteggiamento di disponibilità che Sidney Lumet chiamava “fare lo stesso film”, andare nella stessa direzione.

Ad esempio, la produzione prevedeva una sola settimana di riprese, e lui – per essere sicuro di portare a casa il risultato – fin dall’inizio si è seduto al tavolo con me a leggere la sceneggiatura e preparare il piano di lavorazione, anche se non era suo compito. Così come la sera, finito di girare, anziché andarsene a casa, si fermava a discutere con me le riprese del giorno dopo e decidere le inquadrature, dove mettere la macchina da presa, i movimenti di macchina, ecc.

Avere un sostegno del genere, una totale collaborazione da parte del direttore della fotografia, è il sogno di ogni regista, soprattutto per un regista alle prime armi. Dà il senso di sicurezza necessario per affrontare bene il lavoro, senza tensioni. Chiunque abbia girato con lui sa di che cosa parlo.

Amava lavorare con i suoi professionisti di fiducia, in quell’occasione con il fido Giovanni Gebbia come operatore, altro grande professionista del cinema che ha iniziato da Torino per affermarsi a livello nazionale e non solo, uno dei primi ad utilizzare la steadycam in Italia.

Io confesso che avevo un certo timore a salire sul trespolo per guardare l’inquadratura nel mirino dell’Arriflex, non riuscivo a prendermi sul serio, non ero né Antonioni né Bertolucci. Eppure mai una volta Claudio ha fatto battute pesanti sulla mia inadeguatezza. Al massimo dell’ironia. Sapeva essere indulgente. Non sempre e non con tutti, se si arrabbiava era meglio non contraddirlo. Il punto non era che voleva avere sempre ragione, il punto era che aveva (quasi) sempre ragione.

Una sola volta ci trovammo a discutere su una ripresa, come girare la scena finale. Io volevo posizionare la mdp in un posto, lui in un altro, o forse io volevo un carrello in un certo modo, lui in un altro, non mi ricordo. Ricordo però bene che sul set, al momento di girare, lui mi era venuto vicino e sottovoce mi aveva detto: “Sai Marilé che c’avevi ragione. Mi tocca darti ragione. Ma non te ne approfittare”.

A quel testone ho voluto bene davvero. E sono felice di averglielo detto l’ultima volta che ci siamo visti, a casa sua, con i suoi amati gatti. Purtroppo un bel po’ di tempo fa”.

20 Dicembre 2020
News

Addio a Leonardo Mosso, fra i fondatori dell’Associazione Museo del Cinema

Purtroppo questa mattina ci ha lasciato Leonardo Mosso, architetto e artista, socio fondatore dell’Associazione Museo del Cinema il 7 luglio 1953, collaboratore fondamentale di Maria Adriana Prolo, promotore del Centro studi di Architettura programmata e di Cibernetica ambientale, curatore l’Istituto Alvar Aalto e il Museo di Architettura Arti applicate e Design. Sempre vicino con entusiasmo alle attività del nuovo corso dell’AMNC vogliamo ricordarlo con un’intervista concessa a Caterina Taricano, Matteo Pollone e Vittorio Sclaverani nel 2016 pubblicata sul numero 98 di “Mondo Niovo 18-24 ft/s” dove ci raccontò le sue due grandi passioni: l’architettura e il cinema.

“Tutte le forme d’arte hanno una corrispondenza l’una con l’altra e in particolare il cinema con l’architettura. Sia il cinema che l’architettura non sono arti della contemplazione fissa bensì riguardano il movimento, il flusso vitale. Un’opera d’arte architettonica non si può contemplare come se fosse un quadro e così anche il cinema: entrambe si rivolgono al corpo e alla mente dell’osservatore. Andare al cinema, vedere il film in uno spazio adeguato diventa
un’esperienza magica.

Leonardo Mosso con Alvar Alto nel 1966

Ero molto interessato, da giovane, agli spazi umanistici dell’architettura, cioè a uno spazio a misura d’uomo che doveva essere un luogo sereno per le persone. Avevo letto un libro di Sigfried Giedion, importantissimo per tutti i nostri coetanei, dal titolo “Spazio, Tempo e Architettura”. È grazie a quel libro che mi sono innamorato dell’opera di Alvar Aalto e ho deciso di partire per la Finlandia. Da quando avevo vent’anni, ero abituato ad andare in vacanza all’estero, in Svezia e in Inghilterra, e quindi appena ho letto di questo architetto, ho fatto le valigie e ho deciso di partire. Aalto non era solo un professionista, era un anticonformista e un poeta dell’architettura.Il Museo del Cinema è stato realizzato in tempi differenti, in una successione di scelte e di occasioni diverse. Siamo andati alla Mole (prima dell’allestimento a Palazzo Chiablese) dopo essere stati anche sotto le gradinate dello Stadio Comunale, un posto infernale perché in estate era caldissimo e d’inverno faceva molto freddo. Nell’immaginario torinese la Mole è un polo d’attrazione, sembra coniugarsi perfettamente alle immagini e alle forme dei primi esempi di cinema, sembra uno scenario fatto apposta per “Cabiria”. È molto scenografica. Gli edifici progettati da Antonelli erano case molto all’avanguardia, dove è possente il sistema di travi e pilastri mentre le parti cosiddette “di tamponamento” sono leggere. È una struttura a scheletro, per intenderci. È il principio costruttivo a essere all’avanguardia.

Leonardo Mosso insieme a Laura Castagno

Come architetto dell’Associazione del Museo del Cinema bisognava innanzitutto diffondere l’idea dell’urgenza di un Museo e, per farlo, ho organizzato tante mostre sia in Italia che all’estero con le immagini delle macchine da presa e degli antichi sistemi di visione. Era un problema, allora, affermare che un Museo del Cinema fosse un museo necessario e, in quello, il mio ruolo credo sia stato importante anche quando è stata progettata la prima sede ufficiale a Palazzo Chiablese. Molti non ne capivano l’urgenza e si chiedevano che bisogno ci fosse di un museo quando si poteva tranquillamente andare al cinema e basta. A Palazzo Chiablese c’erano le inferriate disegnate da mio padre, con un nastro di pellicola che seguiva le forme della porta. Purtroppo, quando hanno fatto la ristrutturazione le hanno portate via.

La mia attrice preferita è Marilyn Monroe. I film della mia vita sono tanti, non so se riesco a sceglierne solo uno solo. Io e mia moglie siamo dei vecchi signori che hanno vissuto il dopoguerra, che è stato un periodo di grande esplosione artistica: lei, da bambina guardava i film di Esther Williams, con quei colori meravigliosi, oppure “Serenata a Vallechiara” con Sonja Henie che avevo anche conosciuto in occasione di una mia mostra a Oslo, all’interno di un museo finanziato da lei. Ci piaceva molto perché interpretava dei film allegri e a lieto fine.”

14 Dicembre 2020
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