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News

LiberAzioni 2019: il programma integrale

Ecco il programma integrale di LiberAzioni 2019, il festival delle arti dentro e fuori che si svolgerà dal 14 al 20 ottobre con eventi nel centro di Torino e nel quartiere delle Vallette!

Lunedì 14 ottobre

h 17.30 Bibliomediateca della RAI Dino Villani, Via Giuseppe Verdi 31

ARCHIVE ALIVE! DENTRO/FUORI

Proiezione di uno speciale su Armando Punzo e la Compagnia della Fortezza di Volterra.

Intervengono la direttrice del Festival LiberAzioni Valentina Noya, il presidente di Antigone Piemonte Claudio Sarzotti e Filippo Cropanese dell’associazione partner Quinto Polo.

L’ingresso è gratuito con prenotazione obbligatoria: 011.8104858 – mediateca.torino@rai.it

h 20.45 Unione culturale Franco Antonicelli, Via Cesare Battisti 4/B

PAROLE CHE LIBERANO. ESPERIENZE DI SCRITTURA IN CARCERE

Un confronto a più voci a partire dall’esperienza di chi ha condotto alcuni laboratori in diversi penitenziari italiani, per ragionare su come è possibile raccontarsi tramite la scrittura, la parola o anche il teatro in ambito carcerario; ne discutono insieme Benedetta Centovalli, Alessio Romano e Susanna Ronconi

Martedì 15 ottobre

h 18.00 Laadan – Centro culturale e sociale delle donne, Via Vanchiglia 3

DONNE RECLUSE. ESPRIMERE LA FORZA, ESPRIMERE LA BELLEZZA. DIALOGHI, NARRAZIONI E IMMAGINI SULLA DETENZIONE FEMMINILE.

Al Femminile (Rio Terà dei Pensieri), laboratorio fotografico al carcere della Giudecca, Venezia (con Giorgio Bombieri e Liri Longo), Io sono tante (SaperePlurale-LiberAzioni) e Il tesoro nascosto (Società della Ragione-Progetto WIT), interventi autobiografici nelle sezioni femminili a Pisa, Firenze e Torino.

Intervengono Liz O’Neill, Rosetta D’Ursi e Susanna Ronconi

A seguire aperitivo!

Mercoledì 16 ottobre

h 18.30 Palazzo Barolo, via Corte d’Appello 20/C, Via delle Orfane 7

Inaugurazione della mostra OLTRE. Tra dentro e fuori.

Oltre il pregiudizio e lo stereotipo, oltre le sbarre e la limitazione dello spazio, oltre le proprie capacità e l’immagine che si ha di se stessi.

Oltre porta fuori dal Carcere di Torino i lavori dei detenuti della sezione Sanitaria Prometeo e di quella di Alta Sicurezza che hanno svolto, parallelamente, i workshop di fotografia con Francesca De Dominicis e di disegno con Petra Probst e Jhafis Quintero.

L’esposizione rompe i muri della cella e mette in intima relazione lo spettatore e i detenuti che attraverso gli scatti e i lavori di grafica si mettono a nudo svelando se stessi, la loro personale esperienza del carcere e il loro modo di guardare dentro e fuori.

La mostra è curata da Elena Patrignani, in collaborazione con Forme in Bilico, Rasha Shokair, Valentina Noya e Nuova Icona di Venezia. La mostra rimane aperta fino al 17 novembre.

Giovedì 17 ottobre

h 16 Palazzo Barolo, via Corte d’Appello 20/C, Via delle Orfane 7

Visita degli studenti universitari di Sociologia del Diritto con la Garante delle persone private della libertà del Comune di Torino, Monica Cristina Gallo e con i curatori; presentazione della rivista Inoltre gli occhi del carcere di San Vittore a Milano, diretta da Renata Discacciati.

h 18.00 Lacumbia film, Via Tesso 30

Anteprima del cortometraggio Sacro ardente cuore scaturito dal laboratorio di video partecipativo di LiberAzioni nella sezione Prometeo dei detenuti sieropositivi del carcere di Torino. Intervengono i formatori Giovanni Mauriello e Beatrice Surano.

h 20.30 Teatro Don Orione, Piazza Montale 18

PRIMA SESSIONE DI CORTOMETRAGGI IN CONCORSO

La madre e il suo principe di Roberto Agagliate (2019, 12′)

Fame di Luca Buzzi Reschini (2019, 10′)

Tenera è la notte di Sabrina Bonaiti e Marco Ongania (2019, 30′)

Wherever you go, there you are di Nicola Zambelli (2018, 28′)

Note a margine di Lorenzo Bombara (2019, 20′)

Voci di dentro di Lucio Laugelli (2018, 20′)

Salviamo la faccia di Giulia Merenda (2018, 13′)

FESTIVAL IN CARCERE E NEL QUARTIERE DELLE VALLETTE

Venerdì 18 ottobre

h 9.00 Casa Circondariale Lorusso e Cutugno, Via Maria Adelaide Aglietta 35

Paolo Rossi inaugura il festival per i detenuti nella sala del teatro del carcere.

h 21.00 Teatro Don Orione, Piazza Montale 18

Spettacolo di Paolo Rossi aperto al pubblico, non occorre prenotare

Sabato 19 ottobre

h 10.00 Campus Luigi Einaudi, Lungo Dora Siena 100/A

Convegno LA PENA DOPO LA PENA

Quali sono i limiti della pena? Una domanda resa necessaria dai tanti e crescenti episodi nei quali persone condannate, dopo aver espiato la condanna ed essere tornate libere, anche a distanza di molti anni, hanno subito ostracismi di varia natura e intensità nel loro percorso sociale. Come se la pena dovesse produrre effetti senza fine, come se lo stigma nei confronti del reo dovesse rimanere per sempre e pre-giudicare il suo reinserimento sociale. Come se l’ex detenuto, e così pure il recluso sottoposto a misure alternative, dovessero in qualche misura diventare e rimanere all’infinito cittadini dimezzati. Che ruolo hanno i media e gli operatori penitenziari e del diritto in questo processo? Che ruolo possono avere i Garanti dei detenuti?

Attorno a queste domande si interrogheranno Emilia Rossi, Garante nazionale delle persone private della libertà, il giornalista Davide Demichelis, Susanna Ronconi, associazione SaperePlurale, Sergio Segio, associazione Società INformazione.

Modera Claudio Sarzotti, presidente di Antigone Piemonte, professore ordinario di Sociologia del Diritto presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino. Saluti istituzionali di Monica Cristina Gallo, Garante delle persone private della libertà del Comune di Torino.

Interverrà con letture l’attrice e regista Clara Galante.

h 15.30 Teatro Don Orione, Piazza Montale 18

SECONDA SESSIONE DI CORTOMETRAGGI IN CONCORSO

Quando è primavera di Silvia Luciani (2019, 20′)

Il legionario di Hleb Papou (2018, 13′)

Sì, viaggiare di Mattia Berto (2019, 28′)

Il nostro concerto di Francesco Piras (2019, 15′)

Andrà tutto bene di Luca Angeletti (2018, 15′)

h 18.00 Teatro Don Orione, Piazza Montale 18

Roberto Manfredi, scrittore, musicista, produttore e sceneggiatore televisivo, a partire dal suo libro Artisti in galera (Skira edizioni) racconterà storie di cantanti e musicisti famosi finiti in carcere, con video, interviste e aneddoti.

A seguire reading dei racconti finalisti del concorso nazionale di scrittura per detenute/i Io sono tante/i a cura di SaperePlurale e Quinto Polo. 

H 20.45 Teatro Don Orione, Piazza Montale 18

Spettacolo teatrale “La classe” della compagnia Voci Erranti dei detenuti di Saluzzo, regia di Grazia Isoardi

Domenica 20 ottobre

Teatro Don Orione, Piazza Montale 18

h 17.00 intervista di Sergio Segio e Andrea Perrone a Omar Pedrini sul suo libro Cane sciolto di Federico Scarioni, Chinaski edizioni

h 18.00 spettacolo teatrale di Clara Galante Una vita o prove di liberazione, ispirato a Pensieri dal carcere di Pierre Clèmenti

h 20.00 Teatro Don Orione, Piazza Montale 18

TERZA SESSIONE DI CORTOMETRAGGI IN CONCORSO

Malo tempo di Tommaso Perfetti (2018, 20′)

Dall’alba al tramonto di Vincenzo Ardito (2019, 27′)

Una vita negata di Martino Pavone (2019, 1′)

Et in terra pacis di Mattia Epifani (2018, 26′)

Time to change di Maryam Rahimi (2018, 15′)

A seguire, premiazioni ufficiali dei concorsi di cinema e scrittura, con intervalli musicali di Omar Pedrini e premiazione del vincitore del contest.

8 Ottobre 2019
News

Re-framing home movies #3

Re-framing home movies #3 / Residenze in archivio è un percorso di formazione e produzione volto alla creazione di sei nuove opere creative interamente realizzate a partire da materiali filmici amatoriali.

Il progetto, promosso da Cineteca Sarda / Società Umanitaria (Cagliari), Archivio Cinescatti / Lab 80 film (Bergamo), e Archivio Superottimisti (Torino), curato da Karianne Fiorini e Gianmarco Torri, è realizzato con il sostegno di MiBACT e di SIAE, nell’ambito del programma “Per chi crea”, e prevede un lavoro di rielaborazione artistica di film di famiglia messi a disposizione dalle tre strutture.

Un giacimento di film di origine privata, girati in pellicola nei formati 9,5 Pathé Baby, 16mm, 8mm, Super8 tra gli anni ’20 e gli anni ’90 del secolo scorso da cineamatori e cineamatrici che hanno impugnato la cinepresa e documentato il loro quotidiano nel corso del Novecento.

Una preziosa eredità di memoria collettiva per guardare alla società italiana da un’ottica microsociale e ad altezza d’uomo che, per la sua specificità, necessita di un lavoro propedeutico di analisi e approfondimento che ne faccia emergere le peculiarità storiche, tecniche e culturali e ne sveli compiutamente le potenzialità espressive.

I partecipanti, attraverso masterclass, momenti di workshop e un periodo di ricerche individuali in archivio avranno la possibilità di riflettere sulle caratteristiche specifiche di queste immagini private e sulle diverse modalità di rielaborazione per produrre nuove opere che ne forniscano una lettura personale e originale.

Il bando di partecipazione è aperto a giovani artisti, filmmaker, studiosi e archivisti under 35, residenti in Italia, e prevede la selezione di 6 candidati, che lavoreranno a stretto contatto con i curatori del progetto e gli archivi promotori.

Per partecipare alla selezione si prega di compilare l’apposito form sul sito www.reframinghomemovies.it entro il 31 ottobre 2019 allegando il proprio CV, una lettera di motivazione e un portfolio di lavori già realizzati.

Per la partecipazione è indispensabile una buona conoscenza della lingua inglese e una completa autonomia per la realizzazione delle opere finali.

Alla fase di preselezione seguirà un colloquio individuale e la selezione finale sarà comunicata entro il 15 novembre 2019.

Nel sottoporre la propria candidatura si richiede a ognuno dei partecipanti l’impegno a partecipare all’intero percorso.

Per ulteriori informazioni consultare il sito del progetto

7 Ottobre 2019
News

C’era una volta Torino

Quattro lunedì, quattro film su Torino, per raccontare il rapporto fra il capoluogo piemontese e la fabbrica: è questo il programma di C’era una volta a Torino – I film raccontano, rassegna curata da Associazione Museo Nazionale del Cinema e ospitata da Volere la luna, in via Trivero 16, a partire da lunedì 23 settembre.

Ettore Scola, Mario Monicelli, Armando Ceste, Pier Milanese e Pietro Perotti sono gli autori prescelti: si comincia con la versione restaurata Trevico-Torino, il film di Scola introdotto da Edoardo Peretti e Diego Novelli. Nell’occasione verrà presentato “Diego Novelli e il cinema“, il libro scritto da Carlo Griseri e Fabrizio Dividi.

Lunedì 30 settembre Vittorio Sclaverani introdurrà Fiatamlet di Armando Ceste, mentre lunedì 7 ottobre sarà Steve Della Casa a raccontare I compagni di Mario Monicelli.

Chiusura lunedì 21 ottobre con Senzachiederepermesso di Pier Milanese e Pietro Perotti, introdotto da Marco Revelli.

La serata inizia alle ore 20, anticipata di un’ora da una merenda sinoira per cui è necessaria la prenotazione telefonando ai numeri 339.1250127 o 338.1342707.

L’ingresso alle proiezioni è gratuito.

23 Settembre 2019
News

Superottimisti al Piccolo Museo del Diario

Superottimisti è al Piccolo Museo del Diario! qui alcune foto dell’inaugurazione di “3 Women in a Triptych” di Line Kühl e Giulia Ottaviano. 

Una delicata e profonda video-installazione sulla storia di tre donne e i loro segreti co-prodotta anche da Superottimisti e Polo del ‘900 all’interno del progetto Something about you.  


18 Settembre 2019
News

VR Free di Milad Tangshir alla Mostra del Cinema di Venezia

Il film di AMNC, prodotto da Valentina Noya con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte, è l’unica opera italiana selezionata nell’ambito di Venice Virtual Reality – 76a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica

L’Associazione Museo Nazionale del Cinema (AMNC) sbarca al Lido di Venezia con il film VR Free (We are free)di Milad Tangshir, prodotto da Valentina Noya e realizzato con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte grazie al bando Under35 Digital Video Contest. Unico film italiano selezionato nell’ambito di Venice Virtual Reality – 76a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, VR Free è un’esplorazione immersiva negli spazi della detenzione. Girato interamente tra le mura del carcere di Torino sarà in programma per il pubblico dal 29 agosto al 7 settembre in visione VR con diverse modalità di fruizione e anche per singolo spettatore su prenotazione, sull’isola del Lazzaretto Vecchio.

VR Free (We Are Free) è un documentario girato con la nuova tecnologia della realtà virtuale (VR) che pone lo sguardo sulla natura degli spazi della detenzione descrivendo alcuni momenti di vita all’interno della Casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino. Il film raccoglie la reazione di alcuni detenuti durante il loro breve incontro con video 360° che mostrano la vita fuori dal carcere. Usando i visori VR e le cuffie, i reclusi, privati temporaneamente della loro libertà, hanno virtualmente potuto partecipare ad alcune situazioni pubbliche e intime che non possono più vivere, come una partita di serie A allo stadio, una festa in discoteca il sabato sera, un’immersione sottomarina, l’incontro con la propria famiglia in un parco pubblico.

“VR Free è il tentativo di portare l’universo poco conosciuto del carcere sotto gli occhi del pubblico, – dichiara il regista Milad Tangshir – ma anche un invito a partecipare in forma più consapevole all’urgente discussione sui nostri spazi di detenzione. Finora la differenza più significativa tra VR e video ‘normali’ (flat film) è la sua potenzialità nel restituire un forte senso di immersione, è uno strumento potente per affrontare il concetto di spazio. Vi è una crescente tendenza a utilizzare la realtà virtuale per raccontare l’impatto sociale di alcuni progetti. Offrire nuove modalità per esplorare la cultura e l’identità, può aiutarci a superare alcune carenze e creare un’opportunità per una maggiore comprensione. Nessun cambiamento significativo può avvenire senza prima costruire una nuova narrativa pubblica. VR Free cerca di usare il mezzo VR per spingere e condividere un dialogo tra dentro e fuori il carcere. Oltre allo staff dell’AMNC ho avuto la fortuna di lavorare con importanti professionisti come Stefano Sburlati (fotografia e post produzione) e Vito Martinelli che con la sua esperienza ha condotto un importante lavoro sull’audio.”

“I limiti imposti dall’esperienza della reclusione – prosegue Valentina Noya produttrice del film con l’AMNC – non hanno solo conseguenze psicologiche ed emotive, ma anche fisiche. Basti pensare che, per il fatto di non poter osservare orizzonti o punti lontani, la vista dei detenuti è spesso soggetta a rapidi peggioramenti. Per questo, sperimentare anche solo virtualmente e per pochi minuti la sensazione di una vita “chiusa” può davvero aiutare il pubblico dei liberi a comprendere meglio il significato della detenzione. VR Free si inserisce idealmente nel contesto delle iniziative che l’AMNC cura da anni intorno alle questioni carcerarie: su tutti LiberAzioni – festival delle arti dentro e fuori, un complesso di iniziative, anche laboratoriali, volte a creare un dialogo tra interno ed esterno del carcere grazie all’arte che culminerà nel suo apice festivaliero per la sua seconda edizione a Torino tra il 14 e il 20 ottobre 2019. Durante la prima edizione del Festival Milad Tangshir vinse il premio “Diritti Globali” con il documentario Displaced che racconta il drammatico viaggio dei migranti, in particolare dalla prospettiva dei più piccoli, sulla rotta balcanica.”

“Siamo molto orgogliosi di aver contribuito alla realizzazione di questo progetto, capace di raggiungere al meglio i risultati che ci eravamo prefissi con il Bando “Under 35 Digital Video Contest – Giovani protagonisti”, ideato per sostenere opere crossmediali e transmediali particolarmente legate alle tecnologie emergenti come Realtà Aumentata, Realtà Virtuale e contenuti immersivi. Così il Direttore di Film Commission Torino Piemonte Paolo Manera commenta la presenza di VR Free a Venezia 76, aggiungendo che “Milad Tangshir si fa portavoce, grazie a VR Free, di una nuova generazione di filmakers e creativi in grado di raccontare il presente con uno sguardo inedito e attraverso la sperimentazione tecnologica.” “L’Associazione Museo Nazionale del Cinema ha già avuto un piccolo incontro con Venezia quando nel 2013 – ricorda Vittorio Sclaverani, Presidente dell’AMNC – per la 70a edizione della Mostra, Alberto Barbera chiese a 70 registi da tutto il mondo di confrontarsi sul futuro del cinema. Tra questi anche Davide Ferrario che chiese la nostra collaborazione per realizzare Lighthouse episodio di Venezia 70 Future Reloaded; in quell’occasione Ferrario filmò una delle nostre proiezioni periferiche raccontando come siano necessari davvero pochi elementi per condividere ovunque la passione per il cinema. Essere oggi in concorso nella sezione VR, con una produzione indipendente, è un traguardo importante che dà valore al nostro lavoro quotidiano sul territorio, a partire dai molteplici progetti culturali d’inclusione

26 Agosto 2019
News

Giorgio Arlorio, il ricordo di Caterina Taricano

Caterina Taricano, Direttrice della rivista dell’AMNC “Mondo Niovo 18/24 ft-s”, ricorda Giorgio Arlorio, eclettico uomo di cinema che ci ha lasciato ieri all’età di 90 anni.

“L’edizione 2018 del Premio Maria Adriana Prolo è stata particolarmente emozionante per me. A ricevere il premio, insieme a Pietro Perotti, è stato infatti Giorgio Arlorio, con il quale ho avuto il privilegio di scrivere un libro. Un libro che parla di cinema, ma in cui il cinema stesso è un pretesto perparlare d’altro, o meglio, per raccontare quanto sia indispensabile al cinema l’esperienza della vita. E Giorgio la vita l’amava follemente, era un curioso, uno che non aveva paura di provare, che andava orgoglioso del fatto che non si smette mai di imparare. Lui amava definirsi infatti un “ragazzo di bottega” (formatosi in quella straordinaria bottega rinascimentale che era il cinema italiano degli anni Cinquanta, che lo aveva accolto da ragazzo, quando da Torino era partito alla volta di Roma senza sapere esattamente cosa avrebbe fatto in quel mondo così lontano dalla sua realtà ma così tanto affascinante) non gli piaceva stare dietro la cattedra, anche se ci è stato per più di vent’anni quando ha insegnato al Centro Sperimentale.

Gli piaceva sporcarsi le mani insieme ai suoi studenti, pensare con loro e non al posto loro. E tutti i suoi allievi di questo gli sono stati grati, da quelli che hanno scelto il cinema come mestiere, a quelli che poi hanno scelto altro, ripagandolo però con lo stesso affetto. Perché a Giorgio non si poteva non voler bene. Perché di Giorgio si diventava subito allievi e nello stesso tempo amici. Giorgio era un vero AFFETTIVO, una persona che amava le persone… “il più bel lavoro che ho fatto nel cinema non è stato quello di sceneggiatore, ma quello di aiuto regista – mi diceva sempre – perché mi ha permesso di fare quello che mi piace di più in assoluto, ascoltare la gente”. Ma dopo qualche minuto con lui capivi subito che era anche un gran chiacchierone, che gli piaceva parlare, che non avrebbe mai smesso.

Ti raccontava nei dettagli anche i libri che leggeva (e credo proprio che non vorrò mai leggerli quei libri, per ricordarmeli così, con le sue parole). Questa curiosità, questo amore per la vita, per le persone, che si traduceva in un’energia inesauribile, è stata quella che gli ha permesso di attraversare anche il cinema senza paura di mettersi in gioco, senza l’ansia di primeggiare, perché “l’invidia – diceva – fa sparire la creatività”. Lui invece la creatività l’ha sempre messa al servizio di ciò che faceva, amando profondamente quella dimensione collettiva che è parte fondamentale dell’arte cinematografica, che poi è stato anche il suo modo per fare politica col suo lavoro. Giorgio ha sempre rifuggito l’immagine dell’artista solitario in preda al furore creativo, all’”io” lui ha sempre preferito il “noi”. E proprio per questo Giorgio mi mancherai moltissimo”.

26 Luglio 2019
News

Omaggio a Ugo Gregoretti

L’AMNC vuole ricordare insieme alla comunità del cinema italiano la scomparsa del grande regista Ugo Gregoretti. Nel 2006 Gregoretti ha ricevuto il Premio Maria Adriana Prolo alla Carriera nell’ambito del Festival Internazionale A. Lavagnino – Sezione Cinema di Gavi. Per l’occasione ripubblichiamo una generosa e ironica intervista che ha rilasciato per il numero 78 di “Mondo Niovo 18/24 ft-s” uscito nell’aprile del 2007.

Abbiamo incontrato Ugo Gregoretti durante il Festival Internazionale A. F. Lavagnino Gavi musica e cinema 2006, dove gli è stato conferito il premio dell’Associazione Museo Nazionale del Cinema, Maria Adriana Prolo alla carriera. È stata un’occasione per parlare del suo cinema e di temi a lui ed a noi cari come la fabbrica e il mondo operaio. Ugo Gregoretti, con l’umiltà e l’ironia che lo contraddistinguono, ci ha raccontato i suoi esordi e le sue vicissitudini.

Negli anni in cui tutti gridano al miracolo di fronte ai risultati che l’industria italiana stava ottenendo, lei scopre il luogo simbolo del cambiamento, “la fabbrica”. Come avviene questa scoperta?

La scoperta della fabbrica nasce di fatto col mio primo film, I nuovi angeli. Era un titolo metaforico che si riferiva ai ventenni di quell’anno, il 1960-61, all’apice del cosiddetto boom economico. Ricevetti la proposta di fare una specie di film-inchiesta sulla realtà giovanile colta in diverse ambientazioni sociali e culturali. Il film non aveva sceneggiatura, improvvisavo giungendo sui luoghi, per esempio una fabbrica di Milano che era la Innocenti e produceva un’utilitaria che allora stava avendo molto successo, la tipica macchina da boom economico, da miracolo italiano. Arrivavo con la mia troupe, facevamo interviste preparatorie, ci facevamo raccontare le cose, buttavamo giù dei dialoghi e loro li imparavano, per quanto in modo sommario. Ripetevano queste cose davanti alla macchina da presa raggiungendo abbastanza rapidamente un buon livello di naturalezza: così nacque il film; gli attori erano gli stessi protagonisti della realtà.

Lei non si limitò a scoprire la fabbrica, ne approfondì anche gli aspetti meno piacevoli, i metodi di produzione, la realtà operaia, le condizioni di vita dei lavoratori dentro e fuori dell’orario di lavoro. Un ritratto che poteva danneggiare l’immagine dell’industria. Come ottenne il permesso di girare negli stabilimenti della Innocenti?

L’ottenni dal proprietario, per il fortunatissimo accidente di essere stato suo compagno di scuola tanti anni prima. Girammo nello stabilimento di Lambrate dove si produceva la macchina e dove io feci una specie di radiografia analitica della catena di montaggio, di qual era il rapporto tra i lavoratori e questo fiume produttivocostruttivo che scorreva davanti a loro e nel quale intervenivano nel settore specifico di loro competenza, aggiungendo magari quattro bulloni o dando una ritoccata qua e là. Le macchine partivano dal settore se vogliamo più metallurgico, dove si forgiavano le carrozzerie e c’erano le grandi presse; con una terminologia idrogeografica tipicamente fluviale, i vari tratti di questo lungo percorso venivano definiti con denominazioni tipiche di un fiume, come “a monte” e “a valle”. Se per esempio tra “monte” e “valle” si incontrava qualche ostacolo, tutto si fermava. Posso ricostruire un episodio reale di quando, in un giorno qualunque di lavoro, si bloccò la catena di montaggio perché in verniciatura gli sportellini del cruscotto a ribalta arrivavano con una martellata in più e quindi con un affossamento della lamiera; non si poteva procedere con la verniciatura né poi con le rifiniture, che venivano raccolte sotto la denominazione sartoriale di “reparto abbigliamento vetture”. Si fece un’indagine rapidissima che mobilitò tutti i capi reparto e si venne a scoprire che dove si davano queste martellate c’era un operaio di cattivo umore, non pienamente padrone del controllo di ciò che faceva e quindi più generoso in martellate. L’operaio era di cattivo umore perché il capo officina (un vecchio operaio lombardo, grintoso e autoritario) lo aveva sgridato, gli aveva rivolto un rimprovero pesante che il giovanotto non si era meritato, e quindi sfogava il proprio dispetto aumentando il numero dei colpi, bloccando involontariamente e inconsapevolmente la catena. Raccontai questa storia usando i veri operai della Innocenti. Per I nuovi angeli, la realtà che veramente mi era ignota finché non realizzai il pezzo dalla fabbrica era appunto la realtà operaia; del mondo contadino sapevo abbastanza, come tutti, se non altro perché da bambino venivo portato in villeggiatura in collina, nei paesi d’Abruzzo. Avevo visto le capre, le mucche, i pastori; le frese, i torni, gli operai mai. Mi parvero un aspetto della realtà italiana di estremo interesse, sicuramente nuovo per il cinema o quasi. Credo che prima de I nuovi angeli, probabilmente, non fosse mai entrata in una fabbrica una macchina da presa con una finalità di tipo narrativo, o forse sì ma un po’ di straforo. Non bisogna dimenticare che il cinema italiano prima che italiano era romano; era un cinema di denuncia, in certi casi anche di impianto marxista. I nostri autori conoscevano molto bene la pastorizia o la viticoltura, ma la vita di un’azienda metalmeccanica no, perché a Roma non c’erano le fabbriche. Quando Roma divenne capitale d’Italia fu teorizzato che non si dovesse creare una cintura operaia di fabbriche periferiche come in tutte le metropoli, perché gli operai erano pericolosi, portavano disordine, portavano parole d’ordine rivoluzionarie… niente operai a Roma, e infatti li andai a cercare a Milano. Scoperti gli operai con I nuovi angeli, cercai di approfondire questa realtà per me nuova anche con delle letture, e tra queste capitò un’inchiesta sulla Fiat che era stata pubblicata da “Nuovi Argomenti”, la rivista di Moravia e Carocci, che sembrava un romanzo. Era la storia di come il sindacato dei metalmeccanici – allora si diceva “il sindacato di classe” –, la Fiom, perse le elezioni ad opera, di fatto, della costituzione di un sindacato anti-sindacalista, anti-sindacale, soprattutto anti-politico. Era il famoso “sindacato giallo” che la Fiat contrappose ai sindacati ideologici, puntando sulla solidarietà nei confronti dell’azienda di tutto uno strato di lavoratori che non erano operai da catena ma piccoli capetti, o coloro che si trovavano in altri settori più orientati verso l’obiettivo del “colletto bianco”. Senza essere spinti da sentimenti unitari o unitaristici nei confronti della massa dei lavoratori, riuscirono a mandare in minoranza all’interno dell’azienda i sindacati storici e, per un certo numero di anni, la Fiat fu tranquilla; poi vennero il 1962 e infine il 1968 e di colpo riprese a ribollire. L’inchiesta raccontava come era avvenuta la guerra interna alla Fiat: gli anni in cui l’azienda creò la propria polizia privata extraterritoriale, che lavorava all’interno dell’azienda.

Il suo film d’esordio ebbe un grande successo. Questo l’aiutò nella realizzazione del secondo?

Forse anche troppo; non bisogna mai avere un esagerato successo all’esordio, perché dopo tutti si aspettano qualche cosa in più, a partire dall’autore, e quindi l’infortunio di un film non riuscito o comunque non capito, come generalmente accade per il secondo film, lo vissi anche io con Omicron. Avendo fino ad allora lavorato solo nel settore del documentario e del reportage televisivo, dopo I nuovi angeli volevo confermare la mia affermazione di “regista di cinema” ed ero pronto per fare un nuovo film. Generalmente a quei tempi, se andava bene, l’autore non faticava a trovare opportunità per fare l’opera seconda, che fu appunto Omicron.

Cosa la spinse a raccontare nuovamente la realtà operaia in un secondo film?

Questo argomento mi affascinò e mi parve degno di diventare materia di un secondo film. Volevo ricostruire lo scontro tra classe operaia e padronato all’interno della grande fabbrica e nello stesso tempo fare un film divertente, essendo la mia vocazione più quella del comico, del satirico, dell’ironico, dell’umoristico che dir si voglia. Con Franco Cristaldi, il famoso produttore che voleva farmi fare il secondo film e al quale avevo proposto la materia della lotta operaia nella grande fabbrica, stabilimmo che dovesse essere anche un film divertente, pur essendo tanto drammatico il contenuto, e senza togliere niente alla serietà dell’analisi. La terza via aggiuntiva fu quella di fare un film che fosse anche di fantascienza. In Italia il cinema di fantascienza non c’era, o meglio c’erano i trucchi di Bava che erano gustosi ma erano tutt’altra cosa, io volevo ispirarmi a L’invasione degli ultracorpi, che era un po’ il mio punto di riferimento. Scrissi il soggetto, scrissi il trattamento, che fu approvato, scrissi la sceneggiatura; feci tutto da solo, il che può essere anche un rischio, ma ho sempre avuto la fissazione, per quello che attiene ai miei lavori cinematografici, di scrivermi da solo anche la sceneggiatura, di non limitarmi a girare il film ma pensarlo, immaginarlo, metterlo sulla pagina, modificarlo anche in corso d’opera non dovendo rendere conto di questa modifica più o meno a nessuno, essendone l’autore integrale, egemonico. Il film partì, però occorreva una base organizzativa, dovevamo trovare una fabbrica importante; è chiaro che in fase di elaborazione avevo in mente la Fiat, ma della Fiat io non sapevo nulla, sapevo che l’Avvocato Agnelli aveva visto I nuovi angeli e si era divertito, nutriva una certa simpatia nei miei confronti, pur non conoscendomi personalmente. Un giorno andai da Cristaldi e gli dissi che ci avrei provato, che avrei portato il copione alla Fiat. Ero convinto che i capi fossero una massa di sciocchi: “Magari non si accorgeranno nemmeno che questo film è fortemente critico nei confronti della fabbrica di stampo tayloristico-fordiano e me lo faranno fare. Ti rendi conto di come sarebbe bello girare lì dentro?”. Mi guardarono come se fossi un pazzo concedendomi di provare: “Facciamo questa spesa” e mi mandarono a Torino.

A proposito di questo episodio, l’Archivio Storico Fiat conserva dei documenti che mostrano un grande interesse verso il suo lavoro ed è esplicativo del clima che si respirava all’epoca. Si tratta dei Diari di Direzione Stampa e Propaganda, una sorta di diario di bordo redatto tra il 1946 e il 1970 da Gino Pestelli, in cui venivano annotate rassegna stampa internazionale, verbali delle riunioni e tutte quelle notizie utili per capire l’andamento dell’opinione pubblica e ciò che la influenzava. «La Fiat e i film di spettacolo […] Critica negativa, invece (a cominciare da “La Stampa” e dal “Corriere della Sera”), ha segnato l’insuccesso dal punto di vista artistico del film Omicron di Ugo Gregoretti. In verità si tratta di un pasticcio tra fantascienza e satira sociale sul lavoro nella grande industria moderna in toni alquanto sinistrorsi, classisti. “Flebile scherzo presuntuosetto”, ha scritto il critico del “Corriere”. È quel che noi subodorammo respingendo, nel marzo scorso, la proposta Gregoretti (che ci mandò il soggetto) di ambientare il suo nuovo film nella Fiat. Gli scrivemmo francamente che un tale soggetto, con un tale andamento e scene ardite, non si addice al nostro ambiente di lavoro, nemmeno come sfondo alla larga e senza riferimenti specifici.. Dopo la nostra risposta il regista non si è fatto più vivo con noi. 3 Non abbiamo ancora visto il film; ma da quanto se n’è letto sui giornali il riferimento “ad una grande azienda del Nord”, a Torino, appare intenzionalmente evidente, senza che sia nominata la Fiat. Ugo Gregoretti è un giovane regista affermatosi alla TV con Controfagotto e nel cinema con il film Nuovi Angeli. Le offerte, le proposte alla Fiat di ambientare film di spettacolo nei nostri ambienti di lavoro sono frequenti, tanto da parte di registi quotatissimi che di novellini. Ma bisogna stare molto attenti nel considerarle e quasi sempre dobbiamo respingerle, perché i casi sono due: o si tratta di inscenare nell’officina vicende romanzesche qualunque, il che riesce generalmente superfluo od equivoco; ovvero di accreditare tesi politico-sociali ostili lasciando “girare” alla Fiat. Anche il cinema italiano va volentieri socialmente a sinistra. Alla “nouvelle vague” i soggetti di satira sul lavoro industriale sono prediletti, e questo Omicron Gregoretti ne è un esempio. Ma per lo più sono registi ancora fissati, in tal genere di film, sulla maniera René Clair e di Chaplin […], senza averne l’arte. Nei film di spettacolo, quando valgano, il meglio che noi possiamo fare è di ottenere che vi figurino bene vetture Fiat. È ciò che facciamo ogni volta che possiamo» .

Ricordo che arrivai a Torino e contattai il capo dell’ufficio stampa, Gino Pestelli, un toscano simpatico e intelligente; gli dissi chi ero, ormai ero diventato relativamente famoso, e mi invitò a portare la sceneggiatura nel suo ufficio. Mi pare fosse un venerdì e io arrivai con lo scartafaccio sotto il braccio e fui accolto da un personaggio mitico della Fiat di allora, la signorina Rubiolo: alta, una specie di granatiere, simpatica, estroversa, materna, la quale prima ancora di farmi aprire bocca mi inondò di piccoli cadeau, regalini non di valore ma graziosi, come un nécessaire per pulirsi le scarpe. Li appesi e sembravo un albero di Natale. Fui ricevuto dal direttore che non sapeva niente del copione, glielo detti e lui era contentissimo: “Spero che lei abbia fatto un lavoro che sia nella chiave de I nuovi angeli, sicuramente ancora più ricco di idee e di spunti”. Mi disse che sarebbe andato via per il week-end e si sarebbe portato il copione per leggerlo e passare un bel fine settimana, che sicuramente si sarebbe divertito, e mi diede appuntamento per il lunedì alla stessa ora per “metterci d’accordo”. Io ero contentissimo e telefonai a Cristaldi dicendo che alla Fiat mi avevano accolto benissimo e che avevo un appuntamento per lunedì. Il lunedì fatidico tornai, mi venne incontro la signorina Rubiolo che sembrava il simulacro del dolore, mi guardò sdegnata con compassione, mi fece cenno di aspettare, poi venni introdotto nell’ufficio. Pestelli stava dietro il suo tavolo e mi disse: “Io mi sono molto divertito, ma se adesso vado dal professor Valletta con questo copione è sufficiente che legga le prime cinque pagine per licenziarmi in tronco indicandomi la porta, quindi la prego di riprendersi il suo testo, le auguro di trovare qualcuno che glielo faccia girare nella propria fabbrica”. Si capiva che era un uomo simpatico, che gli dispiaceva; uscendo chiesi alla signorina Rubiolo se dovessi restituire i regali e lei mi disse di no, con gesto di grande munificenza aziendale. La fabbrica la trovai in un altro modo, tramite degli amici: andai dal capo dell’Eni, portai il copione e la cosa che li convinse fu che la Fiat non aveva voluto: “Ah sì? Allora adesso lo facciamo noi” e sottintese che si sarebbero fatti complici di un dispetto alla Fiat. Approfittai di questo conflitto e girai il film in una fabbrica metalmeccanica di proprietà dell’Eni che non so se esista ancora, il nuovo Pignone. Si trovava alla periferia di Firenze ed era una fabbrica metallurgica che era stata chiusa, o meglio che i proprietari volevano chiudere e che il Sindaco di Firenze, il famoso Lapira, difese invece accanitamente perché avrebbe voluto dire la perdita del posto di lavoro per alcune centinaia di lavoratori. Riuscì a fare in modo non solo che la fabbrica non venisse chiusa, ma che fosse rilevata da una grossa azienda di Stato, dall’Eni. Divenne poi la fabbrica delle bombole da cucina dell’Italgas, infatti il pezzo che viene lavorato nella catena di montaggio di questa pseudo-Fiat è la parte superiore delle bombole per alimentare le cucine economiche, bombole cilindriche con una imboccatura che si restringe e che nel film avevamo ribattezzato “calandrone giroscopico”, un pezzo di non si sapeva bene cosa fosse, ma bastava fare in modo che non si capisse che era in realtà il pezzo di una bombola da cucina; all’interno del nuovo Pignone abbiamo ambientato tutti gli episodi del film, e sembrava a tutti gli effetti la Fiat. Omicron fu linciato dalla critica e in particolare da “La Stampa”, il giornale di Torino; il nome del critico era Leo Pestelli, figlio di Gino Pestelli, quindi ero passato attraverso due setacci, due filtri censori: il padre che difendeva gli interessi d’immagine della Fiat e il figlio che su “La Stampa” era il titolare della rubrica della critica cinematografica. Fece a polpette il mio povero Omicron; la cosa divertente è che la terza generazione, Geo Pestelli, mio carissimo amico, è critico musicale de “La Stampa” e quindi, avendo io fatto spesso regie d’opera, sono stato recensito da tre generazioni di Pestelli. Devo dire sempre con molta simpatia da Geo. Pestelli scrisse su La Stampa un pezzo terribile; io lo conoscevo ma non è che andassi alle calcagna dei critici, ho sempre avuto un atteggiamento orgoglioso e riservato che a me pareva anche rispettoso. Il giorno dopo notai che Pestelli, nella hall dell’Excelsior del Lido di Venezia, mi guardava e non mi salutava nemmeno. La terza volta mi avvicinai e gli dissi: “Caro dottor Pestelli, d’accordo, il film non le sarà piaciuto, ma addirittura togliermi il saluto!” Lui mi guardò e mi rispose: “Ma io non sono il dottor Pestelli!”. Era un altro: ero rimasto così impressionato dalla sfavorevole accoglienza del film che mi pareva di cogliere l’espressione di rimprovero di un critico anche negli occhi di un signore che faceva i bagni al Lido di Venezia.

A poco a poco il film fu rivalutato. Lei oggi cosa pensa di Omicron?

Il film aveva dei momenti molto riusciti, altri meno; era pur sempre l’opera di un esordiente perché la mia vera opera prima e penultima è stata Omicron, quindi il film aveva sicuramente dei punti deboli, delle zone fragili, e offriva l’opportunità attraverso quei varchi di una demolizione implosiva totale, e così fu. Ora se ne parla come di un grande film degli anni Sessanta. Mi diverte un po’ la cosa.

Molti registi diressero dei documentari pubblicitari per le grandi aziende dell’epoca. Le hanno mai chiesto di fare film industriali?

Come si capisce da quello che ho fatto in ambito produttivistico-manifatturiero nell’ambiente industriale, nessuna industria si è mai sognata di propormi di fare del cinema industriale, che invece i miei illustri colleghi, assai più illustri di me soprattutto a quei tempi, avevano praticato con grande bravura, credo ispirandosi ai modelli anglo-americani e sovietici. Esisteva un bel cinema industriale italiano; poco tempo fa, per compiere un gesto d’amicizia verso gli attuali responsabili degli Archivi Olivetti, ho visto tutta la produzione cinematografica della Olivetti e alcune erano cose davvero eccellenti, con grande gusto, grande fantasia, grande capacità di messaggio, grande anticipazione rispetto a quella che era la cultura pubblicitaria italiana negli anni Cinquanta e Sessanta. Era poi un genere di documentarismo che non mi era familiare perché era pur sempre un documentario d’arte, con inquadrature perfette e luci straordinarie; io venivo dalla televisione, da quello che si chiamava “giornalismo televisivo”, dal contatto diretto con la gente, dall’assenza quasi totale di una ricerca di tipo estetico-figurativa. Ero molto interessato ai contenuti e alla realtà, la realtà con le sue ineleganze, non avevo niente a che fare, stilisticamente oltre che per quello che riguardava i contenuti, col cinema industriale.

C’era una differenza tra fare film industriali, caroselli e spot pubblicitari?

Sì, i miei illustri colleghi facevano cinema industriale per le aziende importanti, non solo per quelle illuminate di tipo olivettiano. Lo facevano anche per evitare di fare i film commerciali: con una strana contraddizione tipica di allora – io ero il più giovane e anche se vogliamo il più tonto – rifiutavamo il “cinema di consumo” perché il cinema doveva essere sempre opera d’autore, indifferente alla sorti del mercato, però bisognava anche campare e generalmente quelli della mia categoria non è che siano mai stati inclini ai sacrifici, alla vita spartana… Io avevo cinque figli, non potevo non dar loro da mangiare per far sì che la mia anima restasse bella, bisognava campare e la pubblicità serviva a questo.

Come conciliava il cinema di critica sociale alla pubblicità?

Lo facevamo in gran segreto. Stranamente facevamo la pubblicità ed esaltavamo acriticamente i prodotti padronali ma non volevamo fare il cinema padronale. Strepitosi cineasti italiani hanno fatto Caroselli, però non ci sono le firme perché ci si vergognava; era un’attività quasi clandestina, alimentare, e le chiamavamo appunto “marchette alimentari”. La mia fregatura era che, essendo io relativamente noto attraverso gli schermi televisivi come personaggio – oggi si direbbe “conduttore” o “comunicatore” – riconoscibile dalle casalinghe, che si facevano influenzare dai Caroselli, dovevo apparire: si poneva sempre come condizione che io dovessi anche apparire nel filmato. Sembrava che io fossi quindi l’unico bieco cineasta servo del patronato, della corruzione mercificante, io solo. Adesso è diventato persino un vezzo vantarsi di aver lavorato per la pubblicità.

Dopo la Innocenti, la Montedison, la Fiat, arriviamo all’autunno caldo e ad Apollon, una fabbrica occupata. Come è nato quel progetto?

L’esperienza di Apollon è nata nel mitico 1968. In quell’anno successero tante cose e tra le altre ci fu una specie di sollevazione anti-registica da parte dei giovani. I registi erano uno dei bersagli preferiti dal movimento studentesco, gli studenti ce l’avevano in modo particolare con noi. Nonostante avessi fatto film come Omicron, che era, se vogliamo, un film marxista senza sapere di esserlo, c’era questa corrente di amore-odio ed eravamo proprio sbeffeggiati, come quando venne bloccata l’inaugurazione del Festival di Venezia. Io non capivo perché, essendo l’ultimo arrivato e non ancora consapevolmente politicizzato, non capivo bene cosa ci rimproverassero questi giovanotti, velleitari se vogliamo; perché ce l’avessero tanto con persone come Zavattini, Fellini, De Sica, Visconti. Tanto più erano autori di impegno civile, tanto più venivano spernacchiati; se non ricordo male io non venivo quasi preso in considerazione. Un’accusa che veniva mossa, e dalla quale mi salvavo un po’, era che il cinema italiano non si fosse mai occupato della fabbrica, della lotta operaia, della condizione operaia, delle relazioni industriali, dello sfruttamento e dell’alienazione del lavoro in fabbrica. Poco dopo dall’Università il movimento si propagò, toccò l’area operaia come era accaduto in Francia, dove l’innesco era stato in ambito studentesco ma poi la forza reale della contestazione e del cambiamento divenne la classe operaia. Allora gli autori cinematografici cominciarono a domandarsi cosa fare per gli operai, con gli operai; a Roma gli uomini di cinema entrarono finalmente in una fabbrica; una tipografia con 500 dipendenti, si chiamava Apòllon o Àpollon (non ho mai capito dove andasse l’accento) ed era già al settimo mese di occupazione. Ricordo allora riunioni molto impegnative a cui partecipavo con Bertolucci, Bellocchio, Maselli, Zavattini, Pontecorvo e altri. Stabilimmo di prendere contatto con i lavoratori che occupavano la fabbrica e ci invitarono a cena nella loro mensa. Nacque un rapporto ma, poco per volta, questi incontri si diradarono perché c’era un conflitto, due linee; la linea degli operai era riaprire la fabbrica e lottare per la difesa del loro posto di lavoro, mentre gli intellettuali proponevano di lottare per la rivoluzione, per obiettivi che quindi nemmeno i più politicizzati dell’Apollon vagheggiavano: “Prima dobbiamo risolvere il problema dell’occupazione, poi faremo la rivoluzione”. Da parte della nostra categoria professionale arrivavano quindi proposte come il blocco stradale della Tiburtina, che era la strada dove sorgeva la fabbrica. Avrebbe significato arrivo della polizia, espulsione degli occupanti e chiusura immediata: sarebbe stato un grande regalo per il padrone… Fu detto e ribadito che se noi volevamo aiutarli, l’unico aiuto concreto che potevamo dare era il sostegno del loro fronte senza proporne degli altri, perché ci sarebbe piaciuto fare la presa del Palazzo d’Inverno. Se non ricordo male io ero l’unico d’accordo con loro, fatto sta che fui l’unico a non scomparire. Continuammo a parlare del film e concordammo che avrebbe dovuto essere divertente, non noioso. Era un film che si sarebbe fatto con quattro soldi nel giro di poco più di una settimana, con soli volontari: gli operai si sarebbero improvvisati attori, i capannoni sarebbero diventati i teatri di posa perché, essendo giunti al settimo mese di occupazione, concordammo che il film dovesse essere una cronistoria di quello che era accaduto in quella fabbrica fino ai giorni in cui lo giravamo. Una “ricostruzione storica”, anche con momenti drammatici, commoventi. Non era un documentario ma un anfibio; ho scoperto di aver inventato la docufiction, come mi ha detto recentemente un regista molto raffinato che ho incontrato… mi posso fregiare della benemerenza di aver anticipato la docu-fiction, laddove all’epoca nessuno si sarebbe sognato di battezzare così quel film, che non sapevamo peraltro come chiamare, dato che non era un documentario, pur essendovi inseriti alcuni materiali di repertorio. Era una ricostruzione drammaturgica con gli operai che facevano se stessi, alcuni di loro recitando benissimo; d’altra parte Roma era la città di Ladri di biciclette, dove l’attore non professionista di estrazione popolare era già stato sperimentato con esiti positivi. Emersero anche delle figure commoventi o divertenti, ricostruimmo delle situazioni di grande tensione all’interno della fabbrica, perché all’origine c’era un forte disaccordo sul tipo di rivendicazioni da fare, sulla piattaforma. Una volta fecero un’assemblea in cui alla fine si picchiarono e noi l’abbiamo ricostruita: si ripicchiarono perché alcuni di loro si erano nuovamente lasciati andare, mentre gli altri cercavano di dividerli. Io subdolamente e cinicamente alimentavo la lite… Volevano innanzitutto non annoiare perché la gente doveva venire: i parenti, gli operai… era un film mirato a un pubblico ben preciso, il pubblico popolare italiano di tutti gli ambienti; abbiamo girato a tappeto il Paese col film, ottenendo reazioni di entusiasmo, commozione generale, applausi e alla fine la sottoscrizione, che era il nostro obiettivo: far conoscere il film ma soprattutto rispondere in modo elementare e molto concreto alla richiesta che ci era stata fatta di aiutarli. Noi li abbiamo aiutati perché i quattrini che arrivavano dalle sottoscrizioni hanno permesso di continuare l’occupazione, dato che erano agli sgoccioli e c’era anche il cambio di stagione, non avevano i soldi per comprare i vestiti ai bambini… La fabbrica fu riaperta e sempre con questo filmetto avevamo suscitato un fortissimo movimento di opinione; ovunque lo proiettassimo chiedevamo di mandare un telegramma al Ministero del Lavoro, per cui Roma venne sommersa dai telegrammi. Divenne un caso nazionale, la storia di pochi centinaia di lavoratori. Mi pare che le riprese durarono otto giorni. Verso la fine non c’erano i soldi per comprare la pellicola e avevamo trovato piccoli finanziamenti ma non bastavano, anche perché non tutti nella troupe erano volontari e c’era il solito tecnico qualunquista di mezza età che voleva essere pagato. Mi ricordo che una notte scrissi i soggetti di una serie di Caroselli che mi erano stati commissionati, a condizione che il produttore me li avrebbe pagati la mattina dopo mandandomi un fattorino con l’assegno: così è stato fatto… Il problema era che volevamo rappresentare anche i padroni ma non volevamo attori e gli operai non potevano interpretarli. Cercammo allora nel PCI, che ci sosteneva molto moralmente e molto poco finanziariamente, l’adesione di alcuni che avessero l’aspetto più padronale, per esempio col cappotto di cammello… Uno era il Presidente degli Editori Riuniti, un altro il responsabile della Casa della Cultura, dirigenti PCI dall’aspetto umano e mondano che si divertirono a fare i padroni. Nessuno voleva fare il poliziotto: una casa di noleggio di attrezzature cinematografiche ci aveva dato gratis due jeep e una sartoria teatrale ci avrebbe prestato gratis dodici divise, ma quando si disse agli operai che bisognava scegliere tra loro i dodici agenti che sarebbero arrivati di notte cercando di fare irruzione nella fabbrica, episodio reale rigorosamente accaduto, ci fu un rifiuto. Allora non c’erano ancora le assemblee e lo statuto dei lavoratori, c’erano le vecchie commissioni interne e il capo della commissione interna, Rolando Morelli, indisse un’assemblea straordinaria e prese a male parole gli operai che avevo già scelto perché fisicamente adatti, dicendo loro che era un “atteggiamento piccolo-borghese oggettivamente a sostegno della classe padronale rifiutare di mascherarsi” perché non sarebbe stato possibile girare la scena. Fu una scelta politica.

Come ha coinvolto Volonté nell’operazione?

Volonté venne a sapere che stavo facendo questo film e che stavo scrivendo il commento. C’era molto speakeraggio perché la lotta era complicata e bisognava spiegare molte cose; lui si offrì di leggere il testo e si è rivelata uno degli elementi di qualità del film, la sua voce…

La colonna sonora è molto particolare. Chi la compose?

Fu un altro atto di generosità che arrivò da un gruppo musicale che venne a trovarci presentandosi come pioniere del jazz freddo in Italia; avendo sentito del film, volevano offrirsi di musicarlo. Ci fu un imbarazzo generale perché c’era chi avrebbe voluto come colonna sonora l’Internazionale, Bandiera rossa, Bella ciao… Morelli con la consueta intelligenza, disse che era giusto accettare questo contributo militante anche se ai lavoratori non piaceva il jazz freddo. Il film era montato, mancava solo il commento musicale e bisognava capire come fare, c’era il rischio di fare cose trombonesche, retoriche, con musicacce trionfalistiche. I musicisti spiegarono che la loro prassi sarebbe stata prima di tutto vedere il film poi musicarlo, a braccio, e così abbiamo fatto. Questo imprevedibilissimo commento musicale si sposa in realtà benissimo. Qual fu la genesi di Ro.Go.Pa.G.? Avevo appena finito I nuovi angeli, che venne invitato come rappresentante del cinema italiano per la prima edizione di una nuova rassegna del Festival di Cannes, la Semaine de la Critique che iniziava quell’anno; fu un grande riconoscimento per me, che fino a pochi mesi prima avevo fatto il redattore del Telegiornale, sognando un giorno di fare il cinema. A Cannes venne a presentare I nuovi angeli Roberto Rossellini, che aveva un particolare innamoramento nei confronti di questa mia operazione e contestualmente nacque una grande amicizia, sempre con un atteggiamento di enorme rispetto. Il produttore de I nuovi angeli era Alfredo Bini della Arco Film, che aveva scoperto e lanciato Pasolini con Accattone e Mamma Roma e aveva un buon rapporto con Rossellini, che a propria volta era il dominatore assoluto della Nouvelle Vague francese, incarnata in particolar modo da Godard. In quel periodo, nella primavera del 1962, Bini disponeva quindi di queste quattro pedine. A Rossellini venne l’idea di fare un film sul consumismo, parola che in Italia ancora non si conosceva ma lui era un uomo straordinario, sempre in anticipo, l’unico ad aver già letto i testi della sociologia americana come I persuasori occulti, La strategia dei desideri, di autori come Packard: cose che qui erano ancora esotismi coltivati da rarissimi amatori. Disse che era ora perché cominciavano a farsi strada in Italia la pubblicità, la manipolazione, tutte le tecniche per suscitare i bisogni superflui; a parole tutti si dichiararono entusiasti anche se poi tradirono un po’ l’idea iniziale: solo io con Il pollo ruspante feci un vero e proprio paradigma del consumismo all’italiana, delle prime rudimentali tecniche mentali di manipolazione dei bisogni. Il film uscì e curiosamente l’episodio che piacque di più fu il mio perché metteva tutti d’accordo; con La ricotta – una delle sue cose più belle – Pasolini aveva sì i cultori ma aveva anche fieri avversari come la destra, il clero, che ci obbligò a cambiare titolo, passando da Ro.Go.Pa.G. a Laviamoci il cervello, però fortunatamente nessuno lo sa e si continua a chiamarlo Ro.Go.Pa.G. Quando conobbe Pier Paolo Pasolini? Fu in quell’occasione, mi metteva una gran soggezione. Una mattina, il film ancora non era uscito, lo incontrai e mi disse che aveva visto il mio episodio; mi fece i complimenti affermando che forse sarebbe stato più poetico se non avessi fatto morire i protagonisti. La cosa mi gratificò parecchio, in realtà anche io ero stato incerto su come concludere, alla fine questa famigliola si schianta sull’autostrada andando a fare un giro in macchina perché volevo fare qualcosa che mi sembrava grande, fare in modo che il fragore del sinistro si dissolvesse nel fragore di un applauso che segnava la conclusione di una conferenza sul consumismo tenuta da un famoso sociologo. Il film fu in realtà apprezzato a metà, ne fu accolto mezzo, costituito da La ricotta e dal mio Il pollo ruspante. L’episodio di Rossellini sconcertò, quello di Godard ancora di più ed erano un po’ una palla al piede. Pasolini era molto infastidito da questa cosa, a me non è che importasse molto, mi appagava l’essere stato inserito in questo strano acronimo, anche se con una sola lettera. Mi ricordo che una sera a cena – tutto questo prima del processo – un produttore disse a Pasolini che avrebbe dovuto ritirare il film, eliminare i primi due episodi e distribuirlo come Pa.G. Nacque una discussione su come fosse possibile far uscire un film che durava meno di un’ora, poi non se ne fece nulla. Rossellini aveva proposto un sottotitolo a Pa.G., con tanto di domanda e risposta: “E Ro.Go.? Al rogo!”

13 Luglio 2019
News

Hollywood Barriera 2019

Nell’ambito di un’Estate al Cinema l’Associazione Museo Nazionale del Cinema (AMNC) è lieta di collaborare per il terzo anno con il Centro Interculturale della Città di Torino per la rassegna di cinema all’aperto Hollywood Barriera. Le emozioni del cinema da tutto il mondo – III edizione, realizzata grazie al sostegno della Circoscrizione 6 della Città di Torino, che prenderà il via domenica 30 giugno alle ore 21,30 presso il cortile del Centro Interculturale in Corso Taranto 160. L’ingresso alle proiezioni è libero fino a esaurimento posti disponibili. La rassegna Hollywood Barriera intende far percorrere, ai cittadini e agli spettatori dei quartieri della periferia nord della città, un viaggio internazionale attraverso quattro tappe che li porterà ad assistere alla visione di film di diverse nazionalità, culture e tematiche sociali.

La rassegna, pensata con cadenza settimanale il venerdì sera più una domenica, partirà il 30 giugno da una storia che arriva dal continente asiatico, con il film indiano Lunchbox, commedia sentimentale lontana da Bollywood, prodotto con il sostegno del Torino Film Lab, che sarà proiettato alla fine di una giornata in collaborazione con il Migranti Film Festival e l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. La seconda tappa, fissata per venerdì 5 luglio, ci sposteremo a casa nostra, proiettando un film in parte realizzato in Valle di Susa dal regista Daniele Gaglianone che insieme a Stefano Collizzolli ha diretto il documentario Dove bisogna stare, che racconta le storie di quattro donne provenienti da città diverse d’Italia, che si trovano di fronte, concretamente, una situazione di marginalità, di esclusione, di caos senza voltarsi dall’altra parte: sono rimaste lì, dove sentivano che bisognava stare; il regista Daniele Gaglianone incontrerà il pubblico. 

Per il terzo film in programma venerdì 12 luglio sarà la volta del film d’animazione americano Il GGG – Il Grande Gigante Gentile di Steven Spielberg che racconta l’incontro tra una figura diversa dagli altri abitanti del Paese dei Giganti e Sophie, una bambina di dieci anni che verrà rapita dal GGG e portata nel suo mondo. Il quarto film – in calendario venerdì 19 luglio – proviene nuovamente dagli Stati Uniti, ma è diretto dal regista francese Michel Gondry, Be kind rewind – Gli acchiappafilm, che ci riporta nel nostalgico mondo delle videocassette a noleggio con un Jack Black che si ‘magnetizza’, e finisce per cancellare involontariamente tutti i film del vecchio videoshop in cui lavora il suo migliore amico. Per non deludere i pochi clienti, i due decidono di rigirare un remake di alcuni film cancellati coinvolgendo tutti gli abitanti del quartiere. 

Il quinto e ultimo film, in programma venerdì 26 luglio,Visages Villages, ci fa tornare in Europa, facendoci immergere in un tour di una Francia contemporanea attraverso il viaggio della regista e fotografa belga Agnès Varda, (ultima apparizione della Varda, scomparsa quest’anno), insieme al giovane ed eclettico fotografo JR che, grazie alla loro passione comune per l’immagine, si confrontano tra memoria e generazioni realizzando enormi ritratti fotografici da condividere con gli abitanti dei luoghi che visitano.

I film scelti sono adatti a un pubblico molto trasversale, per lo più famiglie; film d’autore e di qualità che possono interessare e incuriosire diverse generazioni. Ogni proiezione verrà accompagnata da una breve presentazione curata daRoberta Di Mattia dell’Associazione Museo Nazionale del Cinema e del Piccolo Cinema, e da un esperto dell’autore o delle tematiche proposte nel film.

In caso di maltempo tutte le proiezioni saranno ospitate all’interno della struttura di C.so Taranto 160, Sala Conferenze “Giovani di Utoya” del Centro Interculturale. Le proiezioni sono a ingresso libero fino a esaurimento posti disponibili.

28 Giugno 2019
News

Un’estate al cinema 2019: il programma

L’estate sta arrivando e con lei, puntale come tutti gli anni dal 2013, arriva anche l’imperdibile appuntamento con il cinema indipendente e impegnato di UN’ESTATE AL CINEMA: la rassegna cinematografica – una vera e propria Indipendent Cinema Summer– organizzata dall’Associazione Museo Nazionale del Cinema e dall’Associazione Baretti,che ritorna, per la sua settima edizione, a invadere di proiezioni, ospiti e incontri le serate estive dal 13 giugno al 26 settembre a Torino e fuori città.

La rassegna si compone di 36 appuntamenti – suddivisi in 6 percorsi cinematografici e due eventi speciali – che si svolgeranno in 12 diverse location, a Torino e dintorni, per un totale di 41 film fra lungometraggi, documentari e cortometraggi di cui più della metà prodotti e distribuiti in forma indipendente. Dal 13 giugno al 26 settembre, il programma di UN’ESTATE AL CINEMA proporrà una vasta scelta di appuntamenti per gli amanti della settima arte e non solo fra commedie, pellicole d’essai, grandi classici, documentari, cortometraggi insieme a presentazioni di libri negli spazi della Casa nel Parco di Mirafiori, del Cinema Massimo, della Casa del Quartiere di San Salvario, di Cascina Roccafranca, del Centro Diurno Momenti Familiari, del Centro Interculturale della Città di Torino e in diverse pittoresche borgate nell’Alta Valle di Susa.

> Giovedì 13 giugno ore 21,30 Casa nel Parco (Via Panetti 1, Torino), ingresso libero Up to You Dove bisogna stare di Daniele Gaglianone e Stefano Collizzolli (Italia 2018, 98′)

Quattro storie, quattro donne che praticano l’accoglienza al di là di ogni retorica, di ogni pregiudizio: mentre la classe politica insegue slogan e visibilità, c’è un’Italia che agisce quotidianamente per mettere al centro dignità e giustizia. Intervengono Roberta Di Mattia e Daniele Gaglianone.

> Lunedì 17 giugno ore 20,30 Cinema Massimo, sala 3 – ingresso libero Franco e Gianni – una storia di Torino di Angelo D’Agostino e Marta Lombardelli (Italia 2019, 35’)

Torino, 6 agosto 2016: Gianni e Franco dopo 52 anni passati insieme coronano il sogno di unirsi civilmente, prima coppia gay a Torino. Dopo la morte di Franco, Gianni racconta la loro storia.

Amore e rivoluzione di Yannis Youlountas (Grecia 2018, 86′, VO Sott. Ita.)

I media europei sostengono che la cura di austerità in Grecia ha avuto successo e che la calma è tornata. Questo film dimostra il contrario. Un viaggio nella musica, dal nord al sud della paese, tra coloro che sognano amore e rivoluzione. Le proiezioni saranno precedute dalla presentazione del 16° Rapporto Diritti Globali. Un mondo alla rovescia. Intervengono Angelo D’Agostino, Marta Lombardelli e i curatori del Rapporto; modera Livio Pepino.

> Mercoledì 19 giugno ore 21,30 R.A.F. Centro Diurno Momenti Familiari (Via Pio VII 61, Torino), ingresso libero Frankenstein Junior di Mel Brooks (USA 1974, 106′)

C’è un certo dottor Frederick Frankenstein (Gene Wilder), discendente del famoso barone Victor, che insegna medicina in una università americana e non ne vuol sapere di essere accomunato col suo famoso antenato: capolavoro assoluto della comicità. Il film verrà introdotto da Edoardo Peretti e da Marco Candellone autore del libro Mel Brooks. L’escursionista dei generi. La proiezione sarà preceduta da un aperitivo a tema a cura di M.A.C. dalle 20,00.

> Giovedì 20 giugno ore 21,30 Casa nel Parco (Via Panetti 1, Torino), ingresso libero Up to You Lady Bird di Greta Gerwig (USA 2017, 94′)

Christine McPherson è di Sacramento in California ed è un’ambiziosa liceale all’ultimo anno. Sogna un’esistenza diversa in una città della costa orientale tra i grattacieli, i college e la cultura cosmopolita. Secondo film da regista dell’attrice simbolo del cinema indipendente americano che ha ricevuto cinque nomination agli Oscar del 2018 tra cui miglior film e miglior attrice.

> Domenica 23 giugno ore 21,30 Cascina Roccafranca (Via Rubino 45, Torino), ingresso libero Al massimo ribasso di Riccardo Jacopino (Italia 2017, 100′)

Diego ha un segreto, una strana dote che lo rende diverso dagli altri, che rifiuta, ma che sfrutta per il suo lavoro. Carpisce segreti industriali grazie ai quali aziende mafiose vincono gare di appalto pubbliche. Diego lavora con i carnefici, ma vive in mezzo alle vittime. Intervengono lo sceneggiatore Manolo Elia, il Presidente della Cooperativa Arcobaleno Potito Ammirati e alcuni attori del film.

> Giovedì 27 giugno ore 21,30 Casa nel Parco (Via Panetti 1, Torino), ingresso libero Up to You Quanto basta di Francesco Falaschi (Italia 2018, 92′)

Arturo (Vinicio Marchioni) è uno chef talentuoso che, finito in carcere per rissa, deve scontare la pena ai servizi sociali tenendo un corso di cucina nel centro per ragazzi autistici diretto da Anna (Valeria Solarino). Guido ha la sindrome di Asperger e una grande passione per la cucina. L’improbabile amicizia tra i due aiuterà Arturo a cambiare vita. Intervengono Marco Mastino e Ginevra Tomei curatori di cinemAutismo.

> Giovedì 27 giugno ore 21,45 CdQ di San Salvario (Via Morgari 14, Torino), ingresso 3,00 Euro Green book di di Peter Farrelly (USA 2019, 130′)

New York City, 1962. Tony Vallelonga, italoamericano detto Tony Lip, fa il buttafuori al Copacabana, ma il locale deve chiudere per due mesi a causa dei lavori di ristrutturazione. Tony ha moglie e due figli, e deve trovare il modo di sbarcare il lunario per quei due mesi. L’occasione buona si presenta nella forma del dottor Donald Shirley, un musicista afroamericano che sta per partire per un tour di concerti con il suo trio attraverso gli Stati del Sud, dall’Iowa al Mississipi.

> Domenica 30 giugno ore 21,30 Centro Interculturale della Città di Torino (C.so Taranto 160, Torino), ingresso libero Lunchbox di Ritesh Batra (India 2013, 105′)

Ila è una casalinga appassionata di cucina che spera di ridare un vitalità al suo matrimonio con i suoi piatto. Saajan è un modesto impiegato che si vede recapitare sulla sua scrivania, inaspettatamente il lunchbox che Ila amorevolmente prepara ogni mattina per il marito. Ila non sa che il suo lunchbox è finito sulla scrivania sbagliata! Proiezione in collaborazione con il Migranti Film Festival e l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, intervengono Dario Leone, Alice Turra e Roberta Di Mattia.

> Martedì 2 luglio ore 21,45 CdQ di San Salvario (Via Morgari 14, Torino), ingresso 3,00 Euro La profezia dell’armadillo di Emanuele Scaringi (Italia 2018, 99′)

Zero ha ventisette anni e il talento per il disegno. La sua vita sociale si limita a Secco con cui condivide l’entusiasmo per la geek culture, ma la sua vera passione è Camille, il suo amore di sempre traslocato a Tolosa. Camille che ama e che adesso l’anoressia ha vinto. Cercando dentro di sé le parole per descrivere il suo lutto, Zero oscilla tra nostalgia e proiezioni ‘corazzate’. In conflitto perenne con se stesso, la sua voce interiore ha il corpo placcato di un armadillo, presenza rassicurante che lo accompagna permanentemente tra Rebibbia e Roma Nord.

> Mercoledì 3 luglio ore 21,30 R.A.F. Centro Diurno Momenti Familiari (Via Pio VII 61, Torino), ingresso libero Dal basso dei cieli. Fatti e misfatti di Peppo Parolini di Marilena Moretti (Italia 2008, 58′)

Nei suoi settant’anni di vita Peppo Parolini è stato artista, amico di famosi jazzisti, eroinomane, icona dell’underground torinese: uno spirito libero, un irregolare cronico, un irriducibile alla normalità e un grande affabulatore, una miniera inesauribile di storie: Chet Baker, la beat generation, le rivolte nelle carceri, la droga, la pittura, i fumetti e le notti passate ai Murazzi.

Murazzi, una storia vera di Gianluca Saiu (Italia 2018, 35′)

Trent’anni di storia dei Murazzi dagli albori con l’apertura dei primi locali (Doctor Sax e Giancarlo) che hanno guidato la nascita della cultura underground e della scena musicale torinese. I Murazzi sono poi diventati tra i più importanti luoghi della di aggregazione giovanile della città. Intervengono Marilena Moretti e Gianluca Saiu, modera l’incontro Emanuele Tealdi; nel corso della serata saranno proiettati degli estratti di Abdellah e i suoi fratelli di Armando Ceste (2000). La proiezione sarà preceduta da un aperitivo a tema a cura di M.A.C. dalle 20,00.

> Giovedì 4 luglio ore 21,30 Casa nel Parco (Via Panetti 1, Torino), ingresso libero Up to You Benedetta follia di Carlo Verdone (Italia 2018, 109′)

Guglielmo Pantalei (Carlo Verdone), proprietario di un negozio di articoli religiosi, non si rassegna all’abbandono da parte della moglie dopo 25 anni di matrimonio apparentemente felice, ma nella sua depressione quotidiana irrompe Luna (Ilenia Pastorelli), giovane borgatara, che si candida per il ruolo di commessa nonostante il suo aspetto e i suoi modi facciano più pensare alla lap dance che alle navate di una chiesa.

> Giovedì 4 luglio ore 21,45 CdQ di San Salvario (Via Morgari 14, Torino), ingresso 3,00 Euro Hotel Gagarin di Simone Spada (Italia 2018, 93′)

Cinque italiani squattrinati e in cerca di successo vengono convinti da un sedicente produttore a girare un film in Armenia. Appena arrivati all’hotel Gagarin, isolato nei boschi e circondato soltanto da neve, scoppia una guerra e il produttore sparisce con i soldi. I loro sogni vengono infranti, ma nonostante tutto la troupe trova il modo di trasformare questa esperienza spiacevole in un’occasione indimenticabile, che farà ritrovare loro la spensieratezza e la felicità perdute.

> Venerdì 5 luglio ore 21,30 Centro Interculturale della Città di Torino (C.so Taranto 160, Torino), ingresso libero Dove bisogna stare di Daniele Gaglianone e Stefano Collizzolli (Italia 2018, 98′)

Quattro storie, quattro donne che praticano l’accoglienza al di là di ogni retorica, di ogni pregiudizio: mentre la classe politica insegue slogan e visibilità, c’è un’Italia che agisce quotidianamente per mettere al centro dignità e giustizia. È stato invitato a partecipare il regista.

> Venerdì 5 luglio ore 21,30 Piazza Mistral, Oulx (TO) – ingresso libero La mia casa e i miei inquilini. Il lungo viaggio di Joyce Lussu di Marcella Piccinini (Italia 2018, 56′)

Il film, premiato in numerosi concorsi, è incentrato sulla poliedrica figura di Joyce Lussu: poetessa, traduttrice, scrittrice, nonché medaglia d’argento al valor militare per la sua importante attività durante la Resistenza e moglie dello scrittore Emilio Lussu. È stata invitata le regista.

La carne dell’orso di Paolo Giacobbe e Andrea Porcu (Italia 2016, 17′)

Nasce in una Torino del 1938 l’amicizia tra due giovani studenti di chimica: Primo Levi e Sandro Delmastro. i due hanno in comune la passione per la scienza, ma sono due ragazzi molto diversi. Sandro (l’uomo di ferro) è un montanaro, e nel corso della loro amicizia insegna a Primo a riconoscere gli elementi di cui è fatta la natura toccandoli con mano, piuttosto che leggendoli sui libri. Del resto, come dice Sandro: «Il peggio che ci possa capitare è assaggiare la carne dell’orso».

> Sabato 6 luglio ore 21,30 Circolo degli amici del Cels, Frazione Morliere, Exilles (TO) – ingresso libero Islafran di Maurizio Bongioanni (Italia 2018, 31’)

Tratto dal libro Islafran. Storia di una formazione partigiana internazionale nelle Langhe di Ezio Zubbini, il film racconta un incredibile storia della Resistenza censurata. Islafran è l’acronimo di Italiani Slavi Francesi, ed è stata l’unica brigata internazionale della guerra di liberazione, sul modello spagnolo, comandata da uno straniero.

Aida di Mattia Temponi (Italia 2018, 14′)

Tutto comincia nel Nord Italia, in una giornata apparentemente qualunque dell’anno 1946. Una donna anziana, di più di ottant’anni anni, claudicante e imprecisa nei movimenti, si reca al voto per la prima volta nella sua vita. Il padre le aveva proibito di istruirsi, ma quando aveva 8 anni sua madre, di nascosto, le aveva regalato un abbecedario, facendosi strappare la promessa che avrebbe studiato non solo per se stessa ma anche per lei. Intervengono gli autori.

> Domenica 7 luglio ore 21,30 Cascina Roccafranca (Via Rubino 45, Torino), ingresso libero Babylon Sisters di Gigi Roccati (Italia 2016, 85′)

Protagonista del film è la famiglia Kumar arrivata a Trieste con la speranza di un lavoro fisso: la madre Shanti, la figlia Kamla (Amber Dutta, stella di Italia’s Got Talent) e il padre Ashok. Shanti, casalinga e madre premurosa, presto rivela il suo dono: sa cantare e ballare come una stella di Bollywood e la scoperta di questa sua dote sarà la chiave di volta per dare vita a un riscatto personale, familiare e collettivo.

La proiezione sarà preceduta dal cortometraggio Titanio di Elisa Micalef (Italia 2012, 9′)

Maria è così affascinata dal lavoro di Felice, impegnato a verniciare di bianco un armadio, da tempestarlo di domande. Liberamente ispirato all’omonimo racconto di Primo Levi. Intervengono gli autori Elisa Micalef e Gigi Roccati.

> Domenica 7 luglio ore 21,30 Teatro Cà Nostra, Via Giaglione, Chiomonte (TO) – ingresso libero Loulou, le frondeur di Remo Schellino e Alessandra Abbona (Italia 2018, 58′)

Il film ripercorre la storia poco nota delle origini e della vita francese del maquis di Lione Louis Chabas, detto Loulou, ricollegandosi alle testimonianze di chi lo ha conosciuto e prende il via con una lettera spedita al regista da Danièle Luiset l’ultima parente prossima di Loulou. Il partigiano francese ucciso drammaticamente a Bene Vagienna nel 1945, è una figura divenuta leggendaria della Resistenza nelle Langhe. Intervengono gli autori.

> Martedì 9 luglio ore 21,45 CdQ di San Salvario (Via Morgari 14, Torino), ingresso 3,00 Euro La donna elettrica di Benedikt Erlingsson (Islanda, Francia e Ucraina 2018, 101′)

Halla è una donna di mezza età dallo spirito indipendente. Dietro la tranquillità della sua routine si nasconde però un’altra identità che pochi conoscono. Conosciuta come “la donna della montagna”, Halla è infatti un’appassionata ambientalista che ha ingaggiato una guerra solitaria contro l’industria dell’alluminio che sta cercando di espandersi nella sua Islanda. Con le sue azioni che diventano sempre più audaci, Halla è costretta a rivedere le sue priorità quando le comunicano che è stata accettata la sua richiesta di adozione di una piccola bambina ucraina.

> Giovedì 11 luglio ore 21,30 Casa nel Parco (Via Panetti 1, Torino), ingresso libero Up to You La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi (Italia 2019, 110′)

Napoli 2018. Sei quindicenni vogliono fare soldi, comprare vestiti firmati e motorini nuovi. Giocano con le armi e corrono in scooter alla conquista del potere nel Rione Sanità. Con l’illusione di portare giustizia nel quartiere inseguono il bene attraverso il male. Sono come fratelli, non temono il carcere né la morte, e sanno che l’unica possibilità è giocarsi tutto, subito. Tratto dal romanzo di Roberto Saviano, Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura a Berlino.

> Giovedì 11 luglio ore 21,45 CdQ di San Salvario (Via Morgari 14, Torino), ingresso 3,00 Euro This is England di Shane Measows (GB 2006, 101′)

Luglio 1983, ultimo giorno di scuola. Il dodicenne Shaun è un ragazzo isolato, cresciuto in una sperduta cittadina di mare. Il padre è morto nella guerra delle Falklands. Tornando a casa, incontra Woody e i suoi amici skinhead che, contrariamente al loro aspetto minaccioso, gli appaiono simpatici ed educati. Gli skinhead accettano Shaun come uno di loro e lo aiutano a trovare due valori che gli sono sempre mancati: l’amicizia e i modelli maschili di riferimento. Con i nuovi amici, Shaun scopre un mondo di feste, il primo amore e la gioia di indossare gli stivali “Dr. Martens”. Shaun incontra anche Combo, skinhead dichiaratamente razzista, più grande del gruppo, appena uscito dal carcere dove ha scontato una pena di tre anni e mezzo.

> Venerdì 12 luglio ore 21,30 Centro Interculturale della Città di Torino (C.so Taranto 160, Torino), ingresso libero Il GGG – Il grande gigante gentile di Steven Spielberg (UK, USA, Canada 2016, 117′)

Il GGG è un gigante molto diverso dagli altri abitanti del Paese dei Giganti, a differenza loro è vegetariano e si ciba soltanto di cetrionzoli e sciroppio. Una notte il GGG rapisce Sophie e la porta nella sua caverna. Inizialmente spaventata dal misterioso gigante, Sophie ben presto si rende conto che il GGG è in realtà dolce e può insegnarle cose meravigliose. Tratto dall’omonimo romanzo di Roald Dahl.

> Venerdì 12 luglio ore 21,00 Piazza del Mulino Varesio, Bussoleno (TO) – ingresso libero Senzachiederepermesso di Pierfranco Milanese, Pietro Perotti (2014, 95′)

La storia di Pietro Perotti, operaio alla Fiat Mirafiori dal 1969 al 1985. Pietro si occupa da subito di comunicazione in fabbrica realizzando adesivi, giornali murali, scritte e disegni nei bagni, pupazzi di cartapesta e gommapiuma, che facevano diventare i cortei “teatro di strada”. E con la sua cinepresa super8 riprende situazioni e lotte operaie a Mirafiori dal 1974 a oggi.

> Sabato 13 luglio ore 21,30 Biblioteca “2 giugno”, Via IV novembre 11, Cesana Torinese (TO) – ingresso libero Le parole di Ventotene di Marco Cavallarin, Marco Mensa ed Elisa Mereghetti (Italia 2019, 53’)

Ernesto Rossi, “democratico ribelle”, oppositore del fascismo, incarcerato e confinato politico tra il 1930 e il 1943, è una figura ancora poco nota. Il film evidenzia il fondamentale contributo di Rossi all’elaborazione del progetto di Europa unita contenuto nel Manifesto di Ventotene, redatto con Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni nel 1941, in piena guerra mondiale. Quegli ideali di Europa federale, annullamento dei confini, superamento dei nazionalismi, difesa della pace, oggi più che mai risultano attuali e necessari, e devono essere trasmessi alle nuove generazioni, così come fanno i componenti della famiglia Sarzi nel loro prezioso lavoro di “burattinai educatori”, ispirandosi alla grande passione di Ernesto Rossi per il teatro dei burattini.

> Martedì 16 luglio ore 21,45 CdQ di San Salvario (Via Morgari 14, Torino), ingresso 3,00 Euro Captain Fantastic di Matt Ross (USA 2016, 118′)

Nei boschi della costa nord occidentale degli Stati Uniti (nello Stato di Washington), Ben Cash vive con la propria famiglia, lontano da ogni forma di civiltà, cacciando, coltivando e vivendo di piccolo artigianato che scambia con un negoziante della cittadina più vicina.

> Mercoledì 17 luglio ore 21,30 R.A.F. Centro Diurno Momenti Familiari (Via Pio VII 61, Torino), ingresso libero Bulli e pupe di Steve Della Casa e Chiara Ronchini (2018, 80′)

Un viaggio attraverso l’Italia del secondo dopoguerra, quando i ragazzi che avevano vissuto impotenti gli orrori del conflitto iniziavano a progettare un futuro nuovo, pieno di speranze, ma anche denso di contraddizioni che puntualmente esploderanno. Tra balli e canzoni, tra tradizioni secolari e mutamenti repentini, le immagini di archivio fanno da contrappunto con le analisi che gli intellettuali già proponevano mentre tutto questo avveniva. Interviene Steve Della Casa. La proiezione sarà preceduta da un aperitivo a tema a cura di M.A.C. dalle 20,00.

> Giovedì 18 luglio ore 21,30 Casa nel Parco (Via Panetti 1, Torino), ingresso libero Up to You Coach carter di Thomas Carter (USA 2005, 136′)

Ispirato ad una storia vera, il film narra la vicenda di Ken Carter (Samuel L. Jackson), ex giocatore professionista di basket, che si trova ad allenare gli Oilers della Richmond High School. La squadra, formata da ragazzi appartenenti a famiglie molto povere e in alcuni casi già sulla via della delinquenza, dopo le iniziali schermaglie trova in Carter un mentore e ispiratore per un futuro migliore. Proiezione nell’ambito del progetto della Rete delle Case del Quartiere Eroi per Casa.

> Giovedì 18 luglio ore 21,45 CdQ di San Salvario (Via Morgari 14, Torino), ingresso 3,00 Euro 7 uomini a mollo di Gilles Lellouche (Francia 2018, 122′)

Bertrand è depresso, non lavora da due anni e si consuma sul divano. Poi un giorno si tuffa in piscina e il mondo finalmente gli sorride. Come Delphine che lo arruola nella sua équipe di uomini sull’orlo di una crisi di nervi. Ex campionessa di nuoto sincronizzato a coppia, Delphine allena una squadra maschile per passare il tempo e chiudere col passato: una carriera interrotta bruscamente dall’incidente della sua partner. I suoi allievi non stanno molto meglio: Bertrand è rassegnato, Laurent è adirato, Marcus indebitato, Simon complessato, Thierry stonato. Ma insieme si sentono finalmente liberi e utili. Partecipare a una gara di nuoto sincronizzato in Norvegia, diventa il loro obiettivo.

> Venerdì 19 luglio ore 21,30 Centro Interculturale della Città di Torino (C.so Taranto 160, Torino), ingresso libero Be Kind Rewind – Gli acchiappafilm di Michel Gondry (USA 2008, 98′)

Mentre cerca di sabotare la centrale elettrica che è convinto gli stia bruciando il cervello, Jerry (Jack Black) si ‘magnetizza’, e finisce per cancellare involontariamente tutte le cassette del vecchio videoshop in cui lavora il suo migliore amico, Mike (Danny Glover). Per non deludere i pochi clienti, Jerry e Mike decidono di girare un remake di uno dei film cancellati, nel cortile di Jerry.

> Martedì 23 luglio ore 21,45 CdQ di San Salvario (Via Morgari 14, Torino), ingresso 3,00 Euro Contromano di Antonio Albanese (2018, 103′)

Mario Cavallaro è un abitudinario incallito. Tutto ciò che richiede un cambiamento lo spaventa e lo irrita al contempo. Ha un solo hobby: l’orto che ha realizzato sulla terrazza dello stabile in cui abita nel centro di Milano. Quando si ritrova dinanzi al suo negozio di calze un africano ambulante che vende lo stesso articolo (anche se di qualità inferiore) a prezzi stracciati, elabora un piano che potrebbe servire da modello. Decide di rapirlo e riportarlo in Africa. Se tutti facessero così il problema dell’immigrazione extracomunitaria sarebbe risolto…

> Giovedì 25 luglio ore 21,30 Casa nel Parco (Via Panetti 1, Torino), ingresso libero Up to You Quartet di Dustin Hoffman (GB 2012, 98′)

In Inghilterra, in una casa di riposo per cantanti lirici e musicisti, si ritrovano amici, ex colleghi, ex rivali, ex coniugi. Dustin Hoffman esordisce nella regia con una commedia piena di humor, rimpianti, battibecchi, eccentricità, scritta da Ronald Harwood (Il servo di scena, Il pianista, Lo scafandro e la farfalla). Guidano il concerto quattro istrioni strepitosi: Maggie Smith, Tom Courtenay, Billy Connelly e Pauline Collins.

> Giovedì 25 luglio ore 21,45 CdQ di San Salvario (Via Morgari 14, Torino), ingresso 3,00 Euro Girl di Lukas Dhont (Belgio 2018, 105′)

Lara ha quindici anni e il suo sogno è quello di diventare una ballerina professionista. Il padre la sostiene molto e la iscrive in una nuova scuola che richiede molta disciplina. Il problema è che Lara capisce presto che il suo corpo non sembra adatto a raggiungere il suo obiettivo. Lara, infatti, è nata nel corpo di un uomo.

> Venerdì 26 luglio ore 21,30 Centro Interculturale della Città di Torino (C.so Taranto 160, Torino), ingresso libero Visage Villages di Agnès Varda e JR (Francia 2017, 93′)

Agnès Varda fa squadra con JR, street photographer che deve la sua reputazione ai giganteschi graffiti urbani. Lui è un hipster di 33 anni con l’immancabile cappellino e gli occhiali da sole, lei è una leggenda della nouvelle vague, caschetto di capelli bicolore e un volto che conserva la splendida gravità che l’ha sempre contraddistinta. Entrambi sono outsider dell’arte, interessati a esprimere visivamente la vita seguendo le proprie regole.” Owen Gleiberman

> Martedì 30 luglio ore 21,45 CdQ di San Salvario (Via Morgari 14, Torino), ingresso 3,00 Euro L’insulto di Ziad Doueiri (Libano 2017, 113′)

Beirut, oggi. Yasser è un profugo palestinese e un capocantiere scrupoloso, Toni un meccanico militante nella destra cristiana. Un tubo rotto, un battibecco e un insulto sproporzionato, pronunciato da Toni in un momento di rabbia, innescano una spirale di azioni e reazioni che si riflette sulle vite private di entrambi con conseguenze drammatiche, e si rivela tutt’altro che una questione privata.

> Giovedì 1 agosto ore 21,45 CdQ di San Salvario (Via Morgari 14, Torino), ingresso 3,00 Euro Wajib – Invito al matrimonio di Annemarie Jacir (Palestina 2018, 96′)

Abu Shadi, 65 anni, divorziato, professore a Nazareth, prepara il matrimonio di sua figlia. Shadi, suo figlio, architetto a Roma da anni, rientra qualche giorno per aiutarlo a distribuire a mano, uno per uno, gli inviti del matrimonio come vuole la tradizione palestinese del “wajib”. Tra una visita e l’altra, le vecchie tensioni tra padre e figlio ritornano a galla in una sfida costante tra due diverse visioni della vita.

> Domenica 4 agosto ore 21,30 Cascina Roccafranca (Via Rubino 45, Torino), ingresso libero Il grande dittatore di Charlie Chaplin (1940, 126′)

Ci sono opere che possono essere comprese senza conoscerne il contesto storico e la genesi artistica, ma non si può apprezzare il film se si ignora che era stato concepito un anno prima dell’inizio della guerra, se non si conoscono le pressioni che Chaplin subì da parte dai governi di mezzo mondo, ma il regista era deciso a dichiarare guerra a Hitler, a tutte le dittature, attraverso il cinema realizzando uno dei più grandi capolavori pacifisti della storia. Versione restaurata dalla Cineteca di Bologna.

> Giovedì 19 settembre ore 21,00 Luoghi Comuni Porta Palazzo (Via Priocca 3, Torino), ingresso libero Ryu. La Scuola dello Spirito del Salice di Pier Milanese (Italia 2019, 97′)

Il film racconta un’esperienza unica nel panorama delle Arti marziali in Italia, resa possibile dalla passione e dal coraggio di un giovane Maestro di Jutaijutsu, Cesare Turtoro, che verso la fine degli anni ’70, ha dato vita a Torino all’esperienza della Scuola Yoshin Ryu. È un racconto corale, in cui s’intrecciano vicende personali e collettive, ma soprattutto è il racconto di un audace esperimento, che riporta ai giorni nostri la tradizione e le esperienze di guerrieri di un lontano passato, ricreando, con strumenti apparentemente anacronistici, le condizioni per favorire la crescita personale e collettiva di donne e uomini del mondo contemporaneo.

> Giovedì 26 settembre ore 21,00 Cascina Roccafranca (Via Rubino 45, Torino), ingresso libero 120 battiti al minuto di Robin Campillo (Francia 2018, 140′)

Parigi, anni ’90, la storia vera della nascita di Act Up, un’organizzazione di attivisti che ha richiamato l’attenzione attraverso dibattiti e azioni pubbliche sulle conseguenze dell’AIDS. Premiato a Cannes con il Gran Prix della Giuria a Cannes. Il film sarà introdotto da Valentina Noya, Beatrice Surano e Giovanni Mauriello che condivideranno la loro esperienza laboratoriale nella sezione Prometeo del carcere di Torino nell’ambito del progetto LiberAzioni

5 Giugno 2019
News

VR Free torna dall’11 al 19 giugno all’Emergency Infopoint

Dopo il passaggio al Festival di Cannes con Rai Cinema Channel, ritorna la possibilità di immergersi attraverso l’esperienza di VR Free: il primo film interamente girato in carcere in Italia con la tecnologia 360º (VR).

Da martedì 11 a mercoledì 19 giugno sarà possibile prendere visione di frammenti del documentario con i visori presso la sede torinese di Emergency di Corso Valdocco 3. Il regista Milad Tangshir e la produttrice Valentina Noya saranno sempre presenti.

Queste le date:

martedì 11 e mercoledì 12 giugno h 17-19
martedì 18 e mercoledì 19 giugno h 17-19

–> Posti limitati, prenotazione obbligatoria scrivendo a liberazioni.torino@gmail.com

1 Giugno 2019
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